<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-6158770644864151543</id><updated>2011-08-30T12:26:11.987+02:00</updated><category term='incipit'/><category term='La morte a Venezia'/><category term='anni sessanta'/><category term='Murcia'/><category term='La Buena Vida'/><category term='Julio Cortàzar'/><category term='Love of Lesbian'/><category term='Broadcast'/><category term='Kirmen Uribe'/><category term='Trish Keenan'/><category term='Laboratorio Saccardi'/><category term='Benicassim'/><category term='Family'/><category term='Fred Bongusto'/><category term='Lidia Damunt'/><category term='Vashti Bunyan'/><category term='Jaime Gil de Biedma'/><category term='Spagna'/><category term='Michi Panero'/><category term='Klaus e Kinski'/><category term='Christina Rosenvinge'/><category term='Bettina Koster'/><category term='Malaga'/><category term='Darren Hayman'/><category term='Javier Clemente'/><category term='Max Ernst'/><category term='San Sebastiàn'/><category term='Masha Qrella'/><category term='Nacho Vegas'/><category term='Arèvalo'/><category term='Beth Gibbons'/><category term='la costa basca'/><category term='Gerald Brennan'/><category term='Sr. Chinarro'/><category term='Kurt Schwitters'/><category term='Christian De Sica'/><category term='Alberto Arbasino'/><category term='Agustìn Fernàndez Mallo'/><category term='Mikel Laboa'/><category term='Tonnara di Favignana'/><category term='Alejandro Rossi'/><category term='Plasencia'/><category term='Aurelio Arteta'/><title type='text'>Barakaldo</title><subtitle type='html'>culture e sottoculture per pochi intimi</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>el señor dionigi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01813706263576975346</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='27' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/-6FsZteej01g/TgC6o0Sf6qI/AAAAAAAAAlU/Aa-fbHuCwZY/s220/sr%2Bdionigi.jpg'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>19</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6158770644864151543.post-7869693032762644890</id><published>2011-02-27T20:43:00.007+01:00</published><updated>2011-03-04T11:49:30.005+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Kurt Schwitters'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Broadcast'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Trish Keenan'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Max Ernst'/><title type='text'>Fine delle trasmissioni (ma non di Trish Keenan)</title><content type='html'>&lt;table align="center" cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="margin-left: auto; margin-right: auto; text-align: center;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="https://lh6.googleusercontent.com/-NA_letTyYcs/TWqn7jFZU3I/AAAAAAAAAhI/phxhgiUwpl0/s1600/trish-keenan.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="240" src="https://lh6.googleusercontent.com/-NA_letTyYcs/TWqn7jFZU3I/AAAAAAAAAhI/phxhgiUwpl0/s320/trish-keenan.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;&lt;i&gt;la frangetta più eterea&lt;/i&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;La notizia della morte di Trish Keenan, voce e metà dei &lt;a href="http://warp.net/records/broadcast/a-statement"&gt;Broadcast&lt;/a&gt; insieme al marito James Cargill, avvenuta lo scorso gennaio per colpa di una polmonite (a sua volta causata dal virus H1N1, contratto nel corso di un viaggio di famiglia in Australia), e letta sovrappensiero, prima di addormentarmi, su un'innocua rivista di musica spagnola, mi ha lasciato folgorato, stecchito, scosso, come se in realtà avessi letto la notizia della &lt;i&gt;mia&lt;/i&gt; morte. Ho amato molto la musica spettrale ma accogliente dei Broadcast,&amp;nbsp; anzi, in un certo senso non ho mai amato nessun gruppo come loro, la sensazione di non ascoltare delle semplici canzoni ma di trovarmi immerso in un'atmosfera lontana (nel tempo e nello spazio) e surrealista, in cui il mistero dell'inconscio (il loro, il mio) illumina con la sua luce tremolante un collage ininterrotto di spirali di melodie, frammenti di voci, suoni trovati chissà dove e cadaveri squisiti. La notte che ha seguito la scoperta della scomparsa di Trish Keenan è stata allora come attraversare un lungo ed ipnotico tunnel, accompagnato dalla sua voce in cui le parole si rincorrono come cani randagi sulla spiaggia, in cui le sillabe riflettono l'eco lontana di un carillon che gracchia, di una bambina che impara una filastrocca, di un flauto suonato nell'arcadica campagna inglese, un pomeriggio assolato, con l'erba alta e un torrente che scorre poco lontano. Quel tunnel lo conoscevo, perchè ci ero già passato la notte in cui mi ero addormentato ascoltando per la prima volta, con le cuffiette nelle orecchie e la testa sul cuscino, il loro ultimo disco, &lt;i&gt;Broadcast And The Focus Group Investigate Witch Cults Of The Radio Age&lt;/i&gt;, e, cullato da quelle &lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=OqINetENovg"&gt;epifanie sonore&lt;/a&gt;, avevo provato la sensazione eccitante e allo stesso tempo sconvolgente dell'atemporalità, di essere dappertutto e in nessun posto, nella mia infanzia e nel mio futuro, da prima della mia nascita a oltre la mia morte. Avevo intuito per la prima volta, e con torbida chiarezza, che non è vero che il passato si dissolve con il passare del tempo, ma che il passato è sempre adesso, perchè il presente è sempre anche memoria, è fatto di memoria e immaginazione, sogni e ricordi, viaggi nel tempo e nostalgia per vite mai vissute.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="https://lh5.googleusercontent.com/-A4NGCkUa1lA/TWqoFdf53tI/AAAAAAAAAhM/-Pk9QDy4JpE/s1600/max+ernst.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="https://lh5.googleusercontent.com/-A4NGCkUa1lA/TWqoFdf53tI/AAAAAAAAAhM/-Pk9QDy4JpE/s320/max+ernst.jpg" width="220" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Mi è subito tornata alla mente la straordinariamente evocativa intervista che i Broadcast avevano rilasciato alla rivista inglese &lt;i&gt;The Wire&lt;/i&gt; in occasione dell'uscita del disco. Sono andato a recuperarla nella mia biblioteca e già la sola immagine di copertina, con la pallida luce che rende inconsistente il profilo gotico di Trish Keenan, l'iridescenza dei riflessi sull'obiettivo, la pannosità biancastra della sua visione, mi ha rivelato la presenza di un fantasma. Mi ha ricordato certe figure fantasmatiche che apparivano nei collage di Max Ernst, in&amp;nbsp; particolare nella serie &lt;i&gt;Une semaine de bonté&lt;/i&gt;,&lt;i&gt; &lt;/i&gt;che ho avuto la fortuna di vedere e rivedere un paio di anni fa in una mostra organizzata alla Fundaciòn Mapfre di Madrid. Ernst ritagliava queste figure bizzarre (fantasmi, draghi, serpenti, uccelli, leoni) da vecchi &lt;i&gt;roman noir&lt;/i&gt; illustrati del settecento e le incollava, con precisione chirurgica e macabro senso dell'umorismo, in altrettanti &lt;i&gt;feilleuton&lt;/i&gt; rosa, trasformando romantici baci nelle alcove damascate in morti visionarie tra inondazioni, incendi e sinistre apparizioni di uomini mitologici dalla testa di animale. Anche le canzoni dei Broadcast (le ultime soprattutto, ma in modo meno sperimentale anche le prime) non sono altro che collage surrealisti, &lt;i&gt;medium&lt;/i&gt; tra due (o più) dimensioni, un ponte onirico che collega&amp;nbsp; il loro inconscio con quello dell'ascoltatore, un radar amatoriale che intercetta e amalgama e distorce i suoni, i rumori, i lamenti, le nenie e le preghiere dell'oscurità. Canzoni che nascono e muoiono con la stessa spontaneità e velocità dei petali dei fiori, di cui accompagnano la caduta fino al contatto con la terra umida, momento in cui già si sono trasformate in qualcos'altro, in un ciclo vitale e mortale che non ha mai fine e, soprattutto, non ha mai senso.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;I Broadcast erano un gruppo digitale che suonava analogico, come io sono un ricco imprigionato in un'esistenza da povero, ed entrambi ci siamo salvati grazie all'incessante curiosità che contraddistingue gli spiriti inquieti e gli intellettuali di provincia. Nelle loro canzoni, il mondo esterno non esiste più, perchè tutto è dentro di noi, tutto, se lo sappiamo ascoltare ma anche, alle volte, sollecitare, sgorga dal nostro profondo con la violenza ancestrale delle cose che ci precedono, tutto quello che sono state le persone che hanno abitato il nostro territorio siamo anche noi. E' un'esistenza ruotata di qualche angolo rispetto alla media, in modo da osservare la realtà da una prospettiva obliqua. La stessa placenta in cui mi immagino galleggi Joanna Newsom, l'unica voce che potrebbe mai prendere il testimone di Trish Keenan, auscultando i suoi palpiti dall'al di là. Che poi, l'al di qua dei Broadcast era già un al di là, e il loro ultimo disco era popolato, anzi, infestato di ricordi di persone, luoghi e cose trovate ad Hungerford, il paesino di campagna del Berkshire in cui si erano trasferiti dagli affitti cari di Birmingham, un luogo solo apparentemente idilliaco ed invece al centro di un'atmosfera mitica ed esoterica (i cerchi di pietra neolitici di Avebury, l'antica necropoli di West Kennet Long Barrow e la collina di gesso di Silbury Hill sono ad un inquietante passo da Hungerford), quando non direttamente raccapricciante (è il luogo in cui nel 1987 il disoccupato Michael Ryan trucidò, in un raptus di follia, 16 persone, e dopo si suicidò, ma non prima di aver detto che "era meglio se stamattina restavo a letto"). Trish poneva la sua voce a disposizione di streghe medievali, di morti impiccati che volevano dire un'ultima parola, di bambini che si raccontano segreti, di cori di chiese remote, e James la accompagnava con suoni indecifrabili in costante e scivoloso equilibrio tra la giocosità e l'ipnosi.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="https://lh4.googleusercontent.com/-S3s-4BYM45c/TWqoWEmx9aI/AAAAAAAAAhQ/Kna8dmhiYA4/s1600/thewire480.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="200" src="https://lh4.googleusercontent.com/-S3s-4BYM45c/TWqoWEmx9aI/AAAAAAAAAhQ/Kna8dmhiYA4/s200/thewire480.jpg" width="160" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;L'impressione che dà l'ascolto di quel &lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=nlVaRcNf9nc&amp;amp;feature=related"&gt;magma di brani senza capo nè coda&lt;/a&gt; è quella inquietante di &lt;i&gt;ascoltare&lt;/i&gt; un film, tante cartoline sovrapposte - ma non la loro colonna sonora, quanto frammenti musicali dei film, in cui le melodie si mischiano alle parole degli attori e ai rumori fuori scena. E' come ascoltare un non-film. Non è un caso che anche Trish Keenan, nella lunga intervista con &lt;i&gt;The Wire&lt;/i&gt;, confermava questa sensazione sospesa di non essere, suggerendo che lo spostamento da Birmingham a Hungerford aveva galvanizzato la sua infatuazione per "l'idea del mondo in me come opposta a me nel mondo". Difficile trovare un concetto più affascinante, e lei lo spiegava raccontando che negli album precedenti si era sentita come Alice nel paese delle meraviglie, cercando di dare un senso a questo strano mondo, mentre nell'ultimo anno aveva sofferto un piccolo rivolgimento dentro di sè, iniziando a sentire che dentro di lei c'erano molte persone e che doveva lasciarle uscire fuori. In realtà, anche in passato, si era limitata a piegarsi alle forze che popolavano i suoi pensieri, impiegando nelle sue composizioni metodi aleatori come la scrittura automatica e i &lt;i&gt;cut-ups&lt;/i&gt;, improvvisazioni e scoperte involontarie, flussi di coscienza e accumuli di scampoli di parole arcane. Fa venire i brividi e allo stesso tempo ammalia sentirle raccontare che&lt;/div&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;i&gt;"I had an idea that if I improvised words vocally I would end up with some odd juxtapositions, a kind of lucky bag of words that could feel totally random. But what I found was I couldn't shape the words out of my mouth fast enough. Instead I was left muttering at the edge of language, sounding more like Kurt Schwitters than the odd shop of nouns and verbs I was hoping for".&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;E' illuminante, e per me confortante, il riferimento al grande pittore svizzero Schwitters, uno di quegli artisti figurativi che -insieme a Per Kirkeby, Robert Rauschenberg, Enrico Baj, Antoni Tàpies, certi protagonisti minori della Bauhaus pittorica, per evidenti motivi di assonanza estetica- amo di più. L'intrigante mistero dell'ignoto, la magia infantile del linguaggio incapace di esprimere concetti che ci limitamo a percepire, la complessità infinita del mondo che esploriamo con i nostri mezzi finiti, possono essere affrontati solo con la tecnica automatica del collage, dell'accostamento involontario e surreale, della combinazione libera tra la logica e l'impulsività, il subconscio e l'intelletto, facendo dell'imperfezione una virtù. I dischi dei Broadcast non sono altro che questo, manipolazioni della realtà e del tempo, scarti di sogni che si rincorrono e si sovrappongono senza senso, fratture improvvise e salti nel tempo, seguendo il montaggio singhiozzante del più strano dei film. Innocenza e ossessione si danno la mano in un viaggio fino al termine della notte, nella scoperta di una psiche che va oltre i confini da &lt;i&gt;kitchen sink drama&lt;/i&gt; in cui Trish Keenan era cresciuta, in pieno riflusso da free cinema, negli anni settanta della working class inglese del nord del paese, scenario per antonomasia di scheletri post-industriali, residui di modernità, che gli architetti chiamano significativamente &lt;i&gt;edgelands&lt;/i&gt;. &amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="https://lh3.googleusercontent.com/-tO-zk-Ykhvo/TWqogyO9SII/AAAAAAAAAhU/fChI0uVXld0/s1600/broadcast.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="https://lh3.googleusercontent.com/-tO-zk-Ykhvo/TWqogyO9SII/AAAAAAAAAhU/fChI0uVXld0/s1600/broadcast.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Se le canzoni dei Broadcast sono dei diari di persone sconosciute trovati sotto un albero, impressioni&amp;nbsp;timide e confuse di emozioni dimenticate, collezioni nostalgiche di vite altrui, il loro ascolto genera una sindrome da falsa memoria, come se la nostra soggettività venisse risucchiata, volontariamente, nel labirinto dei loro viaggi&amp;nbsp; immaginari nel tempo e nello spazio, puro spirito impalpabile, e poi non sapesse trovare la via d'uscita, scambiando quella (ir)realtà per il proprio passato. Ecco perchè allora il passato è adesso, è dentro il nostro presente, e la nostra memoria raccoglie la memoria del mondo intero, di quello che c'era e che adesso non c'è più. Come Trish Keenan, che è finalmente arrivata nel posto in cui, in realtà, vagava già da tanti anni, e che continuerà ad ossessionarci e cullarci con la sua voce finché non la raggiungeremo&lt;i&gt;.&amp;nbsp; &lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;The page turns on me and you &lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Across that white plain &lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;The land is unchanged&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Broadcast, &lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=0WVVWXcbBJs"&gt;Tears in the typing pool&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6158770644864151543-7869693032762644890?l=iosonobarakaldo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/feeds/7869693032762644890/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6158770644864151543&amp;postID=7869693032762644890&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/7869693032762644890'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/7869693032762644890'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/2011/02/fine-delle-trasmissioni.html' title='Fine delle trasmissioni (ma non di Trish Keenan)'/><author><name>el señor dionigi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01813706263576975346</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='27' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/-6FsZteej01g/TgC6o0Sf6qI/AAAAAAAAAlU/Aa-fbHuCwZY/s220/sr%2Bdionigi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='https://lh6.googleusercontent.com/-NA_letTyYcs/TWqn7jFZU3I/AAAAAAAAAhI/phxhgiUwpl0/s72-c/trish-keenan.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6158770644864151543.post-4696783328798397052</id><published>2010-11-15T14:38:00.005+01:00</published><updated>2010-11-15T16:05:06.734+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Kirmen Uribe'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='la costa basca'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Aurelio Arteta'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Mikel Laboa'/><title type='text'>Preferisco il rumore del mar cantabrico #2 (la costa basca)</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/TOEweVyXl5I/AAAAAAAAAes/-WS51LXmanc/s1600/Immagine+090.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="240" px="true" src="http://1.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/TOEweVyXl5I/AAAAAAAAAes/-WS51LXmanc/s320/Immagine+090.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;In un programma&amp;nbsp;dedicato a Mikel Laboa, andato in onda poco dopo la morte del più influente cantautore basco della sua epoca, un anziano straniero raccontava alle telecamere dell'amicizia che lo univa all'artista di San Sebastiàn. Ricordava con emozione il tempo che avevano trascorso insieme nei Paesi Baschi e si lamentava di non essere mai riuscito a convincere Laboa a ricambiargli le visite,&amp;nbsp;pur comprendendo,&amp;nbsp;o meglio, pur intuendo, con un certo fatalismo,&amp;nbsp;che doveva andare in questo modo. Secondo il mio amico Nikolas, che poi è colui che mi ha riportato quest'episodio, a Laboa sarebbe piaciuto molto visitare la terra del suo amico, però ha preferito non doverlo fare. Per non privarsi mai del gusto di potersela&amp;nbsp;immaginare, aggiungo io (perchè è la stessa risposta, e suppongo quindi che alla base ci sia la stessa motivazione, che mi piace dare quando mi chiedono come mai non sia mai stato a Parigi in tutta la mia vita). &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;La scoperta di Mikel Laboa la devo a un lunghissimo documentario di Julio Medem, intitolato &lt;i&gt;&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=WhgMDxBn4fw"&gt;La pelota vasca&lt;/a&gt;&lt;/i&gt;, preso in prestito qualche anno fa dalla biblioteca&amp;nbsp;di quartiere&amp;nbsp;di Gracia. Si tratta di un ispirato collage di interviste&amp;nbsp;a personaggi baschi o comunque legati, per ragioni politiche o culturali, alla "questione basca", con cui&amp;nbsp;il talentuoso regista di San Sebastiàn (ma ormai madrileño d'adozione) vorrebbe, senza peraltro riuscirci davvero (in fondo alla&amp;nbsp;pellicola si arriva stremati come dopo un viaggio in pullman in cui si è chiacchierato con tutti i passeggeri),&amp;nbsp;aggiungere&amp;nbsp;la sua&amp;nbsp;testimonianza&amp;nbsp;alla comprensione dell'irrisolta&amp;nbsp;e spesso incompresa situazione della sua terra,&amp;nbsp;unendo, ma sarebbe meglio dire facendo scorrere, le immagini&amp;nbsp;con la musica intrisa d'epica di &lt;i&gt;&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=9JyNfyriAk0"&gt;Baga, biga, higa&lt;/a&gt;&lt;/i&gt;, l'opera&amp;nbsp;ancestrale ed onomatopeica che più di tanti discorsi rende l'idea di una regione che probabilmente non&amp;nbsp;sarà mai una&amp;nbsp;nazione indipendente dal punto di vista politico, ma che&amp;nbsp;è&amp;nbsp;da sempre&amp;nbsp;la&amp;nbsp;Heimat reale,&amp;nbsp;diversa e irripetibile, per tanti uomini che lì sono nati o&amp;nbsp;la Heimat metaforica&amp;nbsp;per quelli&amp;nbsp;che, come me, grazie all'amico di una vita,&amp;nbsp;ci sono semplicemente&amp;nbsp;passati tante volte,&amp;nbsp;a partire&amp;nbsp;da un bizzarro viaggio in macchina con gli amici più cari, continuando con un piovoso e ancora più bizzarro&amp;nbsp;capodanno con Laura e&amp;nbsp;la sorella, per&amp;nbsp;finire con un giro hemingwayano con il padre, trasformando così la casualità in abitudine, il viaggio turistico in percorso personale, la strada in romanzo di formazione,&amp;nbsp;i paesaggi della costa nelle pareti della propria stanza.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;L'attaccamento viscerale alla propria&amp;nbsp;terra,&amp;nbsp;la gelosa rivendicazione delle proprie parole, la difesa&amp;nbsp;appassionata delle proprie tradizioni, il senso ampio della&amp;nbsp;famiglia, l'orgoglio&amp;nbsp;ruvido e sincero&amp;nbsp;di appartenere ad un piccolo&amp;nbsp;mondo antico&amp;nbsp;fatto di ricordi, gesti, atmosfere fuori dal tempo, storie, racconti dei nonni e degli zii&amp;nbsp;non sono di certo&amp;nbsp;prerogative del popolo&amp;nbsp;basco,&amp;nbsp;ma in quella lingua di terra che separa Bayona da Bilbao questi elementi acquistano un senso diverso, capace di nascondere anche&amp;nbsp;le imperfezioni, le sbavature, le ingenuità che qualsiasi dichiarazione di unicità porta con sé. Privo di qualsiasi ornamento oleografico&amp;nbsp;o ruffiano&amp;nbsp;auto-compiacimento, la vera epica basca (non quella massimalista e strumentalizzata dei suoi sedicenti portavoci politici)&amp;nbsp;si&amp;nbsp;annida e si percepisce&amp;nbsp;nei racconti dei vecchi&amp;nbsp;pescatori di Ondarroa, negli alberi dipinti del misterioso&amp;nbsp;bosco di Oma,&amp;nbsp;nel ruggito del San Mamès, lo stadio di Bilbao, la Catedràl,&amp;nbsp;quando segna l'Atleti, nello&amp;nbsp;txirimiri che bagna i vestiti, nelle figure plastiche dei&amp;nbsp;quadri di Aurelio Arteta, nelle grida&amp;nbsp;di Mikel Laboa, nelle riproduzioni in legno&amp;nbsp;delle vecchie barche che si possono comprare in un negozio del &lt;i&gt;casco viejo&lt;/i&gt; di San Sebastiàn, nei paesaggi post-industriali&amp;nbsp;di Barakaldo. L'epica basca appare in tutto il suo spirito quando si viaggia&amp;nbsp;per le sue strade costiere, quelle segnate in bianco sulla mappa, quando&amp;nbsp;ci si ferma a fare il bagno nelle baie, quando&amp;nbsp;si osservano le scogliere erose dalla corrente incessante del mar cantabrico, quando&amp;nbsp;si passeggia nel sentimento muto di un qualsiasi frontòn di paese, pensando agli anziani a bordo campo&amp;nbsp;con la txapela in testa che scomettono sui pelotari punto dopo punto, trasformando le partite di pelota vasca in scontri di civiltà tra vicini di malghe o di condominio.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;L'epica basca è nel silenzio del faro del &lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=TY1rPWfQ_VU"&gt;capo Matxitxako&lt;/a&gt; che indica la rotta ai pescherecci che con il loro carico tornano dal mare del nord&amp;nbsp;verso i porti di Bermeo, Ondarroa, Getaria, nel silenzio degli amici taciturni che quando devono&amp;nbsp;farti capire una cosa importante non usano le parole ma&amp;nbsp;ti portano sulla spiaggia ad osservare le onde, nel silenzio delle&amp;nbsp;foto ingiallite di un passato cui afferrarsi con&amp;nbsp;veemenza&amp;nbsp;per non farsi risucchiare nell'anonimato del presente, nel silenzio del&amp;nbsp;marmitako, la zuppa di patate, tonno e pomodori che si&amp;nbsp;preparavano i marinai per riscaldarsi le ossa,&amp;nbsp;che la vecchia madre del mio amico Fernando gli preparava quand'era ragazzo e che, così buono,&amp;nbsp;non l'ha mai più mangiato,&amp;nbsp;nel silenzio delle pause&amp;nbsp;della conversazione telefonica&amp;nbsp;tra Nikolas e la madre&amp;nbsp;fatta ogni tanto&amp;nbsp;in euskera non perchè ce ne sia bisogno, non perchè normalmente non si parlino in castigliano, non per non farsi capire, ma solamente per evitare che anche la lingua della loro terra, così come è successo alla sua storia, rimanga in futuro&amp;nbsp;un mistero&amp;nbsp;al quale si&amp;nbsp;interesseranno solo gli archeologi e i poeti. L'epica basca è anche mia, vissuta&amp;nbsp;nel silenzio di un'autostrada notturna, cercando di indovinare l'uscita per Hondarribia senza finire in Francia, con le gru di Irùn in fosforescente lontananza, mentre un amico dorme e l'altro si ricorda di quella&amp;nbsp;volta sperduti in&amp;nbsp;un'altra costa,&amp;nbsp;in un'altra vita.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_-BA4OzsiIPw/SxLW6Lvw6FI/AAAAAAAADUQ/6l8p5Y6H09Y/s1600/romeria.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="137" px="true" src="http://1.bp.blogspot.com/_-BA4OzsiIPw/SxLW6Lvw6FI/AAAAAAAADUQ/6l8p5Y6H09Y/s400/romeria.jpg" width="400" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;L'epica dei Paesi Baschi&amp;nbsp;si intreccia in ogni storia familiare, infrangendo&amp;nbsp;le barriere che fittiziamente separano l'universale e il personale. Ne è testimonianza un libro meraviglioso, &lt;i&gt;&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=-sWsz9lH-Xw"&gt;Bilbao-New&amp;nbsp;York-Bilbao&lt;/a&gt;&lt;/i&gt;, scritto in basco e&amp;nbsp;successivamente tradotto in spagnolo (presto, mi auguro, arriverà anche la versione italiana). L'autore e narratore, Kirmen Uribe,&amp;nbsp;nasce poeta ma soprattutto nasce ad Ondarroa,&amp;nbsp;villaggio di pescatori della provincia vizcayna, figlio e nipote di&amp;nbsp;gloriosi pescatori della zona. Ad Ondarroa dovevamo andare una mattina di luglio&amp;nbsp;a fare il bagno, ma sbagliammo strada e ci ritrovammo su un crinale&amp;nbsp;tortuoso che portava oltre Mutriku, in piena montagna. Quando finalmente riscendemmo sulla costa, dopo alcune soste gastro-intestinali, eravamo ormai a Lekeitio, in tempo&amp;nbsp;giusto per morire sulla sabbia, possibilmente all'ombra.&amp;nbsp;&amp;nbsp;Kirmen ricostruisce&amp;nbsp;la storia della sua famiglia documentandone il processo, ricercando informazioni sulle generazioni che l'hanno preceduto da chiunque gliele le possa&amp;nbsp;dare. Ecco allora la nipote dell'architetto Bastida, colui che aveva commissionato all'amico Aurelio Arteta l'affresco &lt;i&gt;En la romerìa&lt;/i&gt;&amp;nbsp;per il salone della propria casa di Ondarroa, quell'affresco conservato al Museo de Bellas Artes di Bilbao&amp;nbsp;che il nonno di Kirmen, appena uscito dallo studio medico dove gli hanno annunciato che gli restano pochi mesi da vivere, vuole andare ad osservare, perchè lui lo frequentava quel salone, e forse in quella &lt;i&gt;romerìa&lt;/i&gt;, tra le ragazze di campagna,&amp;nbsp;è raffigurata anche l'amore della sua vita. Ecco allora lo zio Boni, patrono della barca &lt;i&gt;Bizkargi&lt;/i&gt;,&amp;nbsp;il cui aiuto al professore&amp;nbsp;Eneko Barrutia per la compilazione del &lt;i&gt;Diccionario de los pescadores vizcaìnos &lt;/i&gt;è documentato in un cd, e ascoltando la sua voce Kirmen si rende conto che aveva ragione la sua ragazza Nerea, quando diceva che il cormorano ad Ondarroa lo chiamano "sakillu" (ad Ondarroa, perchè già solo a Bermeo potrebbe essere tutta un'altra storia). Ecco allora&amp;nbsp;l'anziana zia Maritxu, nel suo polveroso appartamento del centro di Bilbao,&amp;nbsp;che insegna a Kirmen il significato del gesto &lt;i&gt;maite-maite&lt;/i&gt;,&amp;nbsp;"un gesto che non conoscevo, deve essersi&amp;nbsp;perso nel tempo":&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;i&gt;Maritxu ricorda l'ultima volta che vide suo padre. Lui la fissò da lontano e le fece un gesto cone le mani: ne mise una sopra l'altra e l'accarezzò. Maritxu mi ha ripetuto lo stesso gesto, e con la palma di una mano ha accarezzato il dorso dell'altra. "Questo&amp;nbsp;vuol dire maite-maite", mi spiegò mia zia con le sue parole di ottant'anni fa.&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;All'altro lato della dolcezza dello sguardo di Kirmen Uribe, ma seguendo lo stesso orizzonte increspato&amp;nbsp;della costa basca,&amp;nbsp;c'è la modernità elettrica dei nipoti di Mikel Laboa, anche se in realtà, musicalmente parlando, non c'è nulla in comune. La frontiera si oltrepassa ad Hondarribia, da dove la sensuale voce di Miren Iza (nelle sue dolcissime&amp;nbsp;esse si potrebbe annegare, come fossero onde lunghe che trascinano a riva) è partita, in direzione Madrid, con i suoi &lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=g9d6AVZJ4Vo&amp;amp;feature=related"&gt;Tulsa&lt;/a&gt;.&amp;nbsp;La prima uscita&amp;nbsp;dopo&amp;nbsp;San Sebastiàn, sull'autostrada che porta a Bilbao, conduce a Zarautz, che più che altro assomiglia ad un'edizione in miniatura del capoluogo guipuzcoano, con la sua &lt;i&gt;concha&lt;/i&gt; in scala uno a cinque&amp;nbsp;e i villini liberty che fanno pensare agli affreschi di Arteta, a pranzi di famiglia,&amp;nbsp;a dei ritmi di vita diversi, più umani ed intensi - tutto il contrario dei &lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=43gmbza86AA&amp;amp;feature=related"&gt;Delorean&lt;/a&gt;, i cui ritmi sincopati rimandano piuttosto alla scuderia della &lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=JIH_CV1tMpw"&gt;DFA Records&lt;/a&gt;. Superata Lekeitio ed&amp;nbsp;entrati così in Biscaglia, la sosta va fatta a Getxo, il sobborgo &lt;i&gt;pijo &lt;/i&gt;della Bilbao bene, dove la meglio gioventù osserva l'oceano&amp;nbsp;e intravede la costa dell'Oregon, la Portland dei Pavement, che quando suonarono per la prima volta in Spagna si fecero accompagnare nel loro tour dagli &lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=MjZoecG68tM"&gt;Inquilino comunista&lt;/a&gt;. Oggi quel gruppo mitico, così &lt;i&gt;quinquis de los ochenta&lt;/i&gt;,&amp;nbsp;non c'è più, ma&amp;nbsp;i Pavement sono risorti, e se tornassero in Spagna sono certo che si farebbero scortare dai &lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=lEXl3IVe3k4"&gt;Mcenroe&lt;/a&gt;, nelle cui litanie post-rock, narcolettiche quanto basta, a volte sembra che&amp;nbsp;si riannidi il filo dell'epica basca&amp;nbsp;che Mikel&amp;nbsp;Laboa aveva fatto iniziare con la sua straziante&amp;nbsp;&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=MweHnHqaOlE"&gt;Gernika&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://www2.noticiasdegipuzkoa.com/ediciones/2008/12/02/mirarte/cultura/fotos/7024212.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="211" px="true" src="http://www2.noticiasdegipuzkoa.com/ediciones/2008/12/02/mirarte/cultura/fotos/7024212.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;Già, Mikel Laboa. La costa basca l'ha inventata lui. Mi&amp;nbsp;scrive Nikolas, sulla prima pagina del libro di Kirmen&amp;nbsp;Uribe che mi ha mandato un mese fa,&amp;nbsp;di averlo visto varie&amp;nbsp;volte passeggiare per il lungomare di San&amp;nbsp;Sebastiàn,&amp;nbsp;davanti alla spiaggia di Ondarreta, a due passi da casa sua.&amp;nbsp;Anche&amp;nbsp;qualche giorno prima di morire, giusto&amp;nbsp;un paio di anni fa.&amp;nbsp;Indossava sempre&amp;nbsp;gli stessi semplici&amp;nbsp;vestiti, come se fosse un'uniforme. La camicia bianca con un golf di lana&amp;nbsp;blu scuro sulle spalle, i pantaloni azzurri come il mare e le scarpe da spiaggia,&amp;nbsp;di tela grezza, bianche. La nuca scoperta, gli occhi brillanti, il sorriso saggio, la fierezza dello sguardo del ragazzo che è stato (&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=gKqRNXsB8ug&amp;amp;feature=related"&gt;&lt;i&gt;Haika Mutil&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;, Mikel). Sullo sfondo il mar cantabrico, il cielo grigio, i pettini del vento,&amp;nbsp;qualche barca, un paesaggio di Aurelio Arteta,&amp;nbsp;tante storie da&amp;nbsp;raccontare a chiunque&amp;nbsp;abbia voglia di fermarsi ad ascoltare, anche solo per un attimo, i frammenti silenziosi dell'epica basca. &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6158770644864151543-4696783328798397052?l=iosonobarakaldo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/feeds/4696783328798397052/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6158770644864151543&amp;postID=4696783328798397052&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/4696783328798397052'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/4696783328798397052'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/2010/11/preferisco-il-rumore-del-mar-cantabrico.html' title='Preferisco il rumore del mar cantabrico #2 (la costa basca)'/><author><name>el señor dionigi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01813706263576975346</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='27' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/-6FsZteej01g/TgC6o0Sf6qI/AAAAAAAAAlU/Aa-fbHuCwZY/s220/sr%2Bdionigi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/TOEweVyXl5I/AAAAAAAAAes/-WS51LXmanc/s72-c/Immagine+090.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6158770644864151543.post-2044594111263726351</id><published>2010-09-04T14:45:00.003+02:00</published><updated>2010-09-04T14:50:14.975+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Laboratorio Saccardi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Tonnara di Favignana'/><title type='text'>Parlare di arancine a Favignana, con i Saccardi</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;table align="center" cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="margin-left: auto; margin-right: auto; text-align: center;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/TII7dWBahQI/AAAAAAAAAcM/oLLQzkVDqe8/s1600/arancine.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" ox="true" src="http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/TII7dWBahQI/AAAAAAAAAcM/oLLQzkVDqe8/s320/arancine.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;&lt;em&gt;(Minima moralia)&lt;/em&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div align="justify"&gt;L'ultima volta che mi ero trovato&amp;nbsp;di fronte ad una conversazione del genere, come un bambino che osserva la magia dell'acquario dall'altra parte del vetro, appoggiandovi il naso e lasciando l'alone, mentre i pesci&amp;nbsp;nuotano contenti della loro&amp;nbsp;futilità,&amp;nbsp;era stato dentro una sgangherata Renault Quattro, il cui color amaranto trascolorava nella ruggine, e viceversa. Mentre risalivamo la calle Bailèn, la&amp;nbsp;Diagonal, la&amp;nbsp;calle Augusta, attraversando i quartieri signorili del nord, per spingerci fino a Vall d'Hebron, dal cui campo di calcio polveroso, incastonato tra una palma moribonda e una nostalgica insegna pubblicitaria della Kas Limòn, si poteva osservare Barcellona per intera, con le ciminiere del cinturione industriale e la Sagrada Familia, una città che sembrava una stanca&amp;nbsp;prostituta&amp;nbsp;stesa sul letto, con la sigaretta in bocca e il mare a farle da cuscino, i quattro argentini stipati insieme a me&amp;nbsp;nella Renault Quattro&amp;nbsp;non interrompevano mai la stessa conversazione portata avanti sin dall'inizio del viaggio. Il tema era solo un dettaglio insignificante, l'importante era il tono appassionato&amp;nbsp;da tertulia in un caffè di inizio novecento, l'inclinazione dolce della voce, la consapevolezza, come in una partita di Trivial Pursuit,&amp;nbsp;di non aver nulla da guadagnare&amp;nbsp;con&amp;nbsp;il riconoscimento finale di "avere ragione", e per questo&amp;nbsp;la "necessità" di&amp;nbsp;&amp;nbsp;rivestire&amp;nbsp;i propri argomenti&amp;nbsp;della massima serietà possibile,&amp;nbsp;il desiderio di ballare con l'interlocutore, come se le parole fossero le note di un tango di Gardèl, o magari&amp;nbsp;di una ranchera di &lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=wVHYnL08gIM"&gt;Chavela Vargas&lt;/a&gt;. Ricordo in particolare una infinita discussione sull'Aquarius, un integratore energetico all'epoca da poco immesso sul mercato, che all'osservarli dall'esterno, senza comprendere esattamente la lingua, e con il finestrino leggermente aperto,&amp;nbsp;chiudendo&amp;nbsp;gli occhi&amp;nbsp;per un attimo, ci si poteva immaginare seduti ad un caffè sul rìo de la Plata, in compagnia di Borges, Galeano, Cortàzar e Soriano, il &lt;em&gt;fernando&lt;/em&gt; in mano e il vento salato del mare a scompigliare i capelli. Ma in realtà era molto meglio, perchè al diavolo la letteratura, alla fine del viaggio si giocava&amp;nbsp;a pallone, e quegli argentini ti sapevano mettere davanti al portiere con dei tocchi metafisici che dubito quegli scrittori abbiano mai annoverato tra le loro qualità.&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Allo stesso modo, seduti intorno al tavolo da pranzo di Laura, in attesa di compiere il rituale dell'ingozzamento di pasta alla norma (diremo alla norma per semplificare, in realtà era una pasta mitopoietica, quasi cinque paste contemporaneamente, un'opera complessissima e dolcissima,&amp;nbsp;l'equivalente gastronomico&amp;nbsp;un disco dei &lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=OqINetENovg"&gt;Broadcast&lt;/a&gt;), i quattro&amp;nbsp;&lt;a href="http://www.colomboarte.com/index.php?id=4&amp;amp;no_cache=1&amp;amp;menubasso%5Blevel%5D=artisti_2&amp;amp;artista%5Baction%5D=biografia&amp;amp;artista%5Buid%5D=11&amp;amp;lang=default"&gt;Saccardi&lt;/a&gt; discutevano animatamente di arancine a Palermo. Suggestionati dalle arancine locali incontrate a Favignana, unanimamente riconosciute&amp;nbsp;di notevole livello, e sollecitati dal mio personale ricordo di una gita estiva all'epoca delle scuole medie,&amp;nbsp;quando&amp;nbsp;passammo una settimana&amp;nbsp;in un&amp;nbsp;convento di suore&amp;nbsp;di un paese sperduto tra le montagne palermitane e la modernità&amp;nbsp;e, soprattutto, scoprimmo il bacio caldo di un'arancina alla carne appena sfornata dal bar sulla piazza quando sta per tramontare,&amp;nbsp;i&amp;nbsp;Saccardi si trovarono coinvolti&amp;nbsp;in un'accesa disputa su quale fosse la migliore arancina della loro città. Al di là del contenuto -per me,&amp;nbsp;non conoscendo&amp;nbsp;Palermo, ripieno come un&amp;nbsp;calamaro di indistricabili&amp;nbsp;dubbi che mi porterò dietro fino alla prossima visita a San Giovanni degli Eremiti (è davvero così buona l'arancina del bar Scimone, o è meglio quella del bar Rosanero? Ma il bar Scimone può partecipare a questa competizione pur essendo, in realtà, una pasticceria? E anche&amp;nbsp;il fatto che fa solo poche arancine al giorno, che se vai il pomeriggio già non le trovi, non lo squalifica dal gioco? Non dovrebbe allora poter partecipare, e&amp;nbsp;probabilmente&amp;nbsp;vincere,&amp;nbsp;anche la madre di Marco, che&amp;nbsp;la&amp;nbsp;sua quarantina di arancine all'anno comunque le sforna? E le arancine che i grandi chef palermitani offrono ai catering, valgono? E perchè è così decaduto lo storico bar Alba?)- l'aspetto godurioso era per me sentire parlare&amp;nbsp;i quattro giovani artisti&amp;nbsp;e ritrovare, nell'atmosfera che affumicava i loro discorsi languidamente vuoti, lo spirito di quei viaggi sulla Renault Quattro, delle conversazioni dei quattro argentini,&amp;nbsp;di -che casualità-&amp;nbsp;quattro anni fa, e&amp;nbsp;aggiornare quello che una volta mi disse a Madrid l'amico Fernando: ti immagini cosa deve essere Buenos Aires, una città piena di argentini che parlano&amp;nbsp;tutto il tempo del nulla?&amp;nbsp;Me lo immagino, così come ora posso immaginarmi cosa deve essere Palermo, quando&amp;nbsp;scatta l'ora dell'arancina. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;L'Argentina, come la Sicilia, sono posti estremi. Il sud, almeno da un punto di vista&amp;nbsp;letterario, sempre lo è. I Saccardi lo sanno e questo estremismo lo cavalcano, lo deridono, lo rispettano. Da Trapani a Palermo, neanche cento chilometri di distanza,&amp;nbsp;ho contato&amp;nbsp;una decina d'incendi ai due lati dell'autostrada. Il fuoco lambiva i campi, le montagne, le case, ma mi dava come l'impressione che fosse una cosa normale, che la gente non ci facesse troppo caso. Probabilmente, seduti intorno ad un tavolo,&amp;nbsp;sequestrati dal profumo delle melanzane che friggono, erano tutti troppo intenti a parlare di arancine per poter chiamare i Vigili del Fuoco.&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/TII9AyMeLmI/AAAAAAAAAcU/JKS0DnpD1nU/s1600/tonnara+florio.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; cssfloat: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="133" ox="true" src="http://2.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/TII9AyMeLmI/AAAAAAAAAcU/JKS0DnpD1nU/s200/tonnara+florio.jpg" width="200" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Questo estremismo esistenziale, questo gusto macabro per i contrasti, questo culto&amp;nbsp;dello sfogo, ultima risorsa dei disperati, convertito in genere artistico,&amp;nbsp;è finalmente visibile anche a&amp;nbsp;Favignana, luogo altrimenti troppo idilliaco, nella restaurata Tonnara,&amp;nbsp;o, per essere più precisi, negli ex stabilimenti Florio delle Tonnare di Favignana e Formica. Richiamando Le Corbusier, che, dall'alto del Vittoriano, quando gli chiesero quale fosse il&amp;nbsp;&amp;nbsp;più bel monumento che Roma offriva alla sua vista, rispose senza esitazione, e a ragione, il Gazometro, anche la Tonnara di Favignana è uno degli spettacoli più suggestivi che la Sicilia intera offre. Mi dispiace per la Villa del Casale, per il Teatro di Taormina, per la Cattedrale di Monreale, mi dispiace per Ragusa-Ibla, per l'oasi di Vendicari, per Cefalù, Caltagirone e la Val di Noto tutta, ma un luogo più bello della Tonnara non si è mai visto. Quasi totalmente rimessa a posto (e in quel "quasi" si annida un'ulteriore sfumatura di fascino, imprigionata nelle maioliche sbeccate accatastate in&amp;nbsp;oscuri magazzini ancora in bianco e nero), è un superbo esempio di come l'archeleogia industriale sia in realtà il nostro umanesimo moderno, un passato le cui luci sono state lasciate accese e sono impossibili da spegnere. Abbaglia la maestosità del complesso, adagiato sul mare e protetto dalla montagna,&amp;nbsp;come il&amp;nbsp;leone che dorme nella gabbia, il leone assetato&amp;nbsp;raffigurato all'entrata della fabbrica Florio&amp;nbsp;e sulle latte del tonno,&amp;nbsp;con gli archi delle rimesse delle barche che,&amp;nbsp;illuminati nella notte, appaiono&amp;nbsp;come fauci pronte ad aprirsi sul tonno distratto che passa tra le Egadi, pensando di trovarsi in un acquario.&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;I Saccardi dormono nella tonnara e dopo pranzo li passiamo a prendere per andare fare un bagno nell'acqua trasparente del Preveto, o per cospargerci di argilla a Cala Azzurra. E' un piacere tardo-estivo e tardo-adolescenziale, oltre che di tardo pomeriggio, sentirli parlare di cose folli, di persone pazze, di città invivibili, di notti estoni. Rinchiusi, senza chiavi,&amp;nbsp;nella dorata prigione del tonno, splendida quanto si vuole ma allo stesso tempo inquietante da morire, con tutti quegli spazi vuoti, il rumore costante delle onde, le vasche della cottura, le ciminiere mute, i ganci del "bosco" appesi alle travi come le gabbie che pendono dalla facciata della cattedrale di Munster, tracce di un passato&amp;nbsp;duro e&amp;nbsp;ingrato&amp;nbsp;come la pelle dei tonnaroti,&amp;nbsp;popolata da personaggi esoterici come il vecchio custode che in tutta la sua vita&amp;nbsp;non è mai uscito dall'isola, il curatore mistico, il responsabile satanista, i musicisti luciferini,&amp;nbsp;i turisti dall'abbronzatura grottesca, se devono scegliere il tema dell'installazione con cui coronare la residenza, non possono che fare la scelta più estrema, la più siciliana. Di tutta la fase della produzione del tonno, dalla mattanza nel corridoio di mare che separa Favignana da Levanzo alla cottura e all'inscatolamento, il loro sguardo intriso di farsa e di tragedia, di arancine e religione, di sicilianitudine al burro, si sofferma sul momento più crudele,&amp;nbsp;quello che chiamano la "camera della morte",&amp;nbsp;che poi è anche lo spartiacque tra la cattura e la cottura, la sala dell'attesa del paradiso (o dell'inferno) dei tonni, l'ultimo residuo che rimane adagiato sul fondo dell'animo della Tonnara.&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/TII9ogp51TI/AAAAAAAAAcc/WpdyW5Y37Iw/s1600/la+camera+della+morte.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; cssfloat: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="150" ox="true" src="http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/TII9ogp51TI/AAAAAAAAAcc/WpdyW5Y37Iw/s200/la+camera+della+morte.jpg" width="200" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Nella Camera della morte dei Saccardi c'è la croce di San Pietro, protettore dei pescatori, la croce al contrario che solo apparentemente&amp;nbsp;vuol essere blasfema, ci sono i demoni che tendono le reti in attesa che le anime dei visitatori ci finiscano dentro come&amp;nbsp;tonni ignari, ci sono le&amp;nbsp;vecchie porte originali&amp;nbsp;della&amp;nbsp;Tonnara recuperate in qualche&amp;nbsp;buio deposito, ci sono i leoni che&amp;nbsp;bevono,&amp;nbsp;ci sono i simboli e i santini, i colori e le figure, gli occhi e le scritte, ci sono i&amp;nbsp;jazzisti che suonano musica sperimentale&amp;nbsp;e i visitatori che non&amp;nbsp;capiscono l'arte contemporanea&amp;nbsp;e i Saccardi&amp;nbsp;che ballano con le loro amiche,&amp;nbsp;c'è il simulacro di un tempio, del mare, della mattanza,&amp;nbsp;c'è il divino, c'è la camera e c'è la morte, ci sono i tonni e il sangue&amp;nbsp;e l'epifania di un rito che si perde nei secoli dei secoli,&amp;nbsp;la&amp;nbsp;nostra corrida, c'è l'oro e c'è il legno, c'è la fine di un'estate, l'ennesima estate (e la chiamano estate)&amp;nbsp;e c'è&amp;nbsp;tutto il resto, ma mancano le arancine.&amp;nbsp;Forse perchè non si&amp;nbsp;sono ancora decisi su quali&amp;nbsp;siano le più buone di tutta Palermo, e bisogna parlarne un altro po', fino alla prossima estate almeno.&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/TII-gfkr2TI/AAAAAAAAAck/VHZjbJwErbE/s1600/laboratorio-saccardi.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" ox="true" src="http://1.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/TII-gfkr2TI/AAAAAAAAAck/VHZjbJwErbE/s320/laboratorio-saccardi.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6158770644864151543-2044594111263726351?l=iosonobarakaldo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/feeds/2044594111263726351/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6158770644864151543&amp;postID=2044594111263726351&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/2044594111263726351'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/2044594111263726351'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/2010/09/parlare-di-arancine-favignana-con-i.html' title='Parlare di arancine a Favignana, con i Saccardi'/><author><name>el señor dionigi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01813706263576975346</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='27' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/-6FsZteej01g/TgC6o0Sf6qI/AAAAAAAAAlU/Aa-fbHuCwZY/s220/sr%2Bdionigi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/TII7dWBahQI/AAAAAAAAAcM/oLLQzkVDqe8/s72-c/arancine.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6158770644864151543.post-2564633550798005814</id><published>2010-05-17T00:49:00.001+02:00</published><updated>2010-05-17T00:59:04.419+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Jaime Gil de Biedma'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Arèvalo'/><title type='text'>Tornare ad Arèvalo, con Jaime Gil de Biedma</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/S_B1CGRJNrI/AAAAAAAAAW0/egN6C5LqEik/s1600/arevalo_5.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/S_B1CGRJNrI/AAAAAAAAAW0/egN6C5LqEik/s320/arevalo_5.jpg" wt="true" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Ad Avila non c'è molto da vedere, nè molto&amp;nbsp;da fare.&amp;nbsp;Il problema non&amp;nbsp;è&amp;nbsp;solo&amp;nbsp;il freddo che non si accontenta dell'inverno e cerca di invadere anche le stagioni che&amp;nbsp;gli sono vicine. E' che oltre le&amp;nbsp;possenti&amp;nbsp;mura medievali,&amp;nbsp;da percorrere lungo tutto il&amp;nbsp;perimetro, ogni tanto&amp;nbsp;fermandosi sui torrioni&amp;nbsp;ad osservare le cicogne che nidificano sulle guglie della cattedrale e&amp;nbsp;a&amp;nbsp;contemplare l'orizzonte limpido fino alle cime innevate della Sierra de Gredos, ci sono giusto&amp;nbsp;i luoghi-souvenir di&amp;nbsp;Santa Teresa -la casa, la&amp;nbsp;scuola, il convento- e i piatti&amp;nbsp;saporiti -pesantissimi-&amp;nbsp;della più genuina&amp;nbsp;cucina castellana. Come molte altre&amp;nbsp;città&amp;nbsp;della Castilla y Leòn,&amp;nbsp;Avila&amp;nbsp;non ha sviluppato un vero nuovo benessere,&amp;nbsp;un&amp;nbsp;gusto moderno, un'offerta&amp;nbsp;contemporanea di&amp;nbsp;ristoranti, musei,&amp;nbsp;teatri, negozi alla moda, ed è rimasta sospesa in un'atmosfera senza età, senza stile, fondamentalmente anodina. Condannata ad essere sempre tappa di&amp;nbsp;passaggio e mai meta di un viaggio, al viandante offre solo&amp;nbsp;vetrine&amp;nbsp;polverose,&amp;nbsp;gente silenziosa,&amp;nbsp;piazze&amp;nbsp;vuote, saracinesche abbassate, anziani che leggono il giornale. Per fortuna&amp;nbsp;c'era il sontuoso&amp;nbsp;Parador in&amp;nbsp;cui&amp;nbsp;passare un'intera serata a&amp;nbsp;leggere poesie&amp;nbsp;nel salone con il camino, senza sentire neanche per un attimo&amp;nbsp;la tentazione di uscire a fare due passi. Immaginandomi tutto ciò, per&amp;nbsp;la domenica mattina avevo già comprato due biglietti del treno per Arèvalo. Facemmo colazione con pane e pomodoro,&amp;nbsp;tortilla, prosciutto e formaggio manchego, innaffiandola con latte, caffè e succo d'arancia,&amp;nbsp;e durante&amp;nbsp;i successivi&amp;nbsp;quaranta&amp;nbsp;minuti scarsi&amp;nbsp;di binari sconnessi rimpiangemmo tanto coraggio culinario.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/S_B1tBm5t_I/AAAAAAAAAXE/un4UbqfUl30/s1600/jaime+gil+de+biedma.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; cssfloat: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="148" src="http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/S_B1tBm5t_I/AAAAAAAAAXE/un4UbqfUl30/s200/jaime+gil+de+biedma.jpg" width="200" wt="true" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Quando si presentò all'ultimo esame per diventare diplomatico, a metà degli anni cinquanta,&amp;nbsp;Jaime Gil de Biedma probabilmente già immaginava che non sarebbe mai uscito vincitore dalla Escuela Diplomàtica. L'articolo che era appena apparso&amp;nbsp;a Parigi a firma&amp;nbsp;di Vicente Aleixandre, uno dei poeti&amp;nbsp;protagonisti&amp;nbsp; -insieme a Alberti, Garcia Lorca, Cernuda- della&amp;nbsp;generazione del '27,&amp;nbsp;non propriamente un intellettuale filo-franchista,&amp;nbsp;in cui si poteva leggere la profezia&amp;nbsp;che Jaime&amp;nbsp;Gil de Biedma sarebbe diventato il miglior poeta in lingua spagnola della seconda metà del ventesimo secolo, non era stato&amp;nbsp;un buon biglietto da visita in un ambiente così legato al Regime. Ironicamente, Gil&amp;nbsp;de Biedma venne bocciato proprio&amp;nbsp;in&amp;nbsp;cultura e composizione spagnola - non male, per chi effettivamente sarebbe diventato il poeta più significativo della sua generazione. Fu così che, giunto&amp;nbsp;all'ultima prova, Gil&amp;nbsp;de Biedma&amp;nbsp;si regalò una boutade degna di Dalì.&amp;nbsp;Quando gli chiesero di&amp;nbsp;esporre in un tema le attrattive di quella città che, come aspirante diplomatico, più incarnava i suoi ideali,&amp;nbsp;&amp;nbsp;mentre gli&amp;nbsp;altri&amp;nbsp;candidati lodavano&amp;nbsp;il fascino&amp;nbsp;dei&amp;nbsp;boulevard di&amp;nbsp;Parigi,&amp;nbsp;l'eleganza dei &amp;nbsp;parchi di Londra, la dolcezza delle rovine di Roma o la monumentalità dei palazzi di Vienna,&amp;nbsp;Gil de&amp;nbsp;Biedma&amp;nbsp;compose un'impeccabile descrizione dedicata al paese di Arèvalo, insignificante località della provincia di Avila. Quella località che, avendo letto questa storia sulla sua &lt;a href="http://libros.fnac.es/a161373/Miguel-Dalmau-Jaime-Gil-de-Biedma"&gt;biografia&lt;/a&gt;, più di ogni altra&amp;nbsp;desideravo conoscere da quando avevo messo piede a Madrid.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Gil de Biedma è sempre stato un essere ibrido, costantemente a&amp;nbsp;cavallo di due (o più mondi). Figlio della più chic borghesia urbana di Barcellona, divise la sua vita tra gli agi dell'Exaimple e la grande casa di campagna&amp;nbsp;di&amp;nbsp;Nava de la&amp;nbsp;Asunciòn,&amp;nbsp;dispersa in una brulla landa&amp;nbsp;non&amp;nbsp;distante da Segovia e, appunto, Avila. Soprattutto la sua infanzia, quella succursale della primavera in cui i ricordi si sedimentano per poi essere riportati alla luce, non senza fatica, con i versi della maggiore età (Gil de Biedma, insieme a Gabriel Ferrater, è stato il più lucido&amp;nbsp;esponente di quella corrente&amp;nbsp;chiamata&amp;nbsp;poesia dell'esperienza),&amp;nbsp;aveva avuto&amp;nbsp;come scenario privilegiato, mentre tutt'intorno la Spagna ardeva&amp;nbsp;nella Guerra Civile, il buen retiro castellano di Nava. Tra&amp;nbsp;le tante immagini del passato -la plaza mayor&amp;nbsp;di Segovia, il castello di Coca, i borghi di Turègano e Riofrìo, da raggiungere a cavallo o con la mehari color sabbia-, Arèvalo&amp;nbsp;era una delle più amate. C'erano le vetrine illuminate, i negozi degli antiquari, il castello, la plaza de la Villa,&amp;nbsp;le abbazie e le chiese.&amp;nbsp;Osservando quelle architetture ricche di&amp;nbsp;dettagli mudèjar, per le strade ci si&amp;nbsp;poteva ancora&amp;nbsp;immaginare con facilità la presenza dei fantasmi dei notabili musulmani. Fermandosi in una qualsiasi delle osterie del centro, ci si immergeva in un tripudio gastronomico,&amp;nbsp;con il&amp;nbsp;cochinillo, il&amp;nbsp;cocido, i&amp;nbsp;legumi, i&amp;nbsp;formaggi, le torte, i mantecati. Un luogo magico, irreale,&amp;nbsp;malinconico,&amp;nbsp;l'unico in tutto il mondo&amp;nbsp;che avrebbe potuto capire uno&amp;nbsp;spirito inquieto come il suo. Peccato che&amp;nbsp;l'intelligenza delle&amp;nbsp;autorità accademiche, snob e prive di senso dell'umorismo, non poteva arrivare a tanto.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/S_B4Z0WK9tI/AAAAAAAAAXc/cG2h9OuJYB4/s1600/arevalo_6.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; cssfloat: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="150" src="http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/S_B4Z0WK9tI/AAAAAAAAAXc/cG2h9OuJYB4/s200/arevalo_6.jpg" width="200" wt="true" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="border-bottom: medium none; border-left: medium none; border-right: medium none; border-top: medium none;"&gt;La prima sensazione fu quella di trovarsi in una delle piazze d'Italia rappresentate da Giorgio De Chirico. Un ampio spiazzo ovale, terroso, silenzioso, vuoto, inquietante,&amp;nbsp;circondato da maestose chiese del trecento&amp;nbsp;in mattoni rossi, San Miguel, El Salvador,&amp;nbsp;San Martìn, le&amp;nbsp;Torri Gemelle.&amp;nbsp;Lo&amp;nbsp;spazio&amp;nbsp;più metafisico in cui sia mai&amp;nbsp;capitato. Mancavano solo i manichini e i Bagni Misteriosi. Quella piazza era l'emblema di un paese che un tempo era stato grande, potente, ricco, che aveva dato la&amp;nbsp;luce a Isabella di Castiglia e alla più bella architettura mudèjar della regione, e che oggi è ridotto all'abbandono, all'oblio, alla desolata&amp;nbsp;condanna di declinarsi sempre al passato. Il centro è disabitato, le chiese&amp;nbsp;sono oniriche,&amp;nbsp;il castello è chiuso con le transenne, sotto i portici degli edifici della piazza ci sono solo vecchie imposte di legno&amp;nbsp;serrate con i lucchetti, sul corso le facciate dei palazzi baronali sono lasciate morire sotto il peso delle rughe, le botteghe antiquarie muoiono con i loro proprietari.&amp;nbsp;&amp;nbsp; Un'impressione simile può provarsi solo in certi&amp;nbsp;paesi dell'entroterra siciliano, Piazza Armerina, Caltagirone,&amp;nbsp;Gangi,&amp;nbsp;in cui&amp;nbsp;edifici gattopardeschi ridotti a macerie, il cui fasto barocco degli interni&amp;nbsp;può tuttavia intravedersi attraverso qualche finestra rotta, come in quella suggestiva &lt;a href="http://www.manfredibeninati.com/works/Installations/Biennale51/2.htm"&gt;installazione&lt;/a&gt; di Manfredi Beninati,&amp;nbsp;o studiando la pomposità degli stemmi sui portali,&amp;nbsp;convivono tranquillamente con&amp;nbsp;il fiore all'occhiello&amp;nbsp;degli abusi edilizi&amp;nbsp;degli&amp;nbsp;&amp;nbsp;anni&amp;nbsp;settanta,&amp;nbsp;quelle palazzine squallide&amp;nbsp;dall'intonaco&amp;nbsp;verde oliva, i terrazzini sbeccati e le paraoble sul&amp;nbsp;tetto. Mentre con&amp;nbsp;Laura&amp;nbsp;mangiavamo un chuletòn&amp;nbsp;seduti a&amp;nbsp;un tavolo all'aperto di un ristorante della piazza centrale, con&amp;nbsp;le coppie&amp;nbsp;locali che sciamavano dalla Messa verso il vermuth dell'aperitivo, lodando Arèvalo per il sole che Avila ci aveva negato, pensai che quel paese, in realtà, non esisteva davvero, ma era solo lo scenario immaginato&amp;nbsp;nella più famosa poesia di Jaime Gil de Biedma, &lt;em&gt;No volverè a ser joven&lt;/em&gt;:&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;Que la vida iba en serio&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;uno lo empieza a comprender màs tarde&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;-como todos los jòvenes, yo vine&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;a llevarme la vida por delante.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;Dejar huella querìa&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;y marcharme entre aplausos&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;-envejecer, morir, eran tan sòlo&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;las dimensiones del teatro.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;Pero ha pasado el tiempo&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;y la verdad desagradable asoma:&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;envejecer, morir,&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;es el ùnico argumento de la obra.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Passeggiare una domenica mattina per le polverose strade di Arèvalo,&amp;nbsp;sorprendendosi per l'eco della propria voce che rimbalza tra le chiese mute, aiuta a ricordarsi di una piccola verità che è sempre opportuno portarsi dietro, come il resto della notte anteriore nella tasca di un cappotto, e cioè che niente di quello che possiamo fare nella nostra esistenza&amp;nbsp;ci renderà più giovani.&amp;nbsp;Gil de&amp;nbsp;Biedma&amp;nbsp;lo sapeva, e per questo, arrivato alle soglie della maturità, decise&amp;nbsp;che non c'era più nulla che valesse la pena dire, e smise di scrivere.&amp;nbsp;Pensava di voler essere un poeta,&amp;nbsp;ma, invece, quel che in fondo voleva,&amp;nbsp;era essere un poema. In un modo o nell'altro, nella sua avventurosa esperienza di vita, di giorno&amp;nbsp;dirigente della più grande multinazionale del suo paese, quell'esotica&amp;nbsp;Compañía de Tabacos de Filipinas che gli aprì le porte dei bassifondi morali e materiali dell'Oriente e gli occhi sul bigottismo imperante del suo paese, in cui gli uomini preferivano l'allegro e disinibito cameratismo di&amp;nbsp;andare tra loro piutosto che annoiarsi con le frigide&amp;nbsp;donne dell'epoca, e di notte impenitente viveur del demi-monde omosessuale di Barcellona, diviso tra le discese agli inferi in&amp;nbsp;quel Barrìo Chino ieri ghetto di marchette e reietti e oggi tappezzato di lounge-bar minimalisti alla moda, e le risalite al fresco della città alta, nelle notti di alcool, conversazioni e dischi con gli amici della scuola di Barcellona, come&amp;nbsp;l'editore Barral, i fratelli Goytisolo, lo scrittore Marsè, forse&amp;nbsp;ci è riuscito. &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/S_B158PQsHI/AAAAAAAAAXM/PiKlZpD6QIg/s1600/arevalo_4.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; cssfloat: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="133" src="http://2.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/S_B158PQsHI/AAAAAAAAAXM/PiKlZpD6QIg/s200/arevalo_4.jpg" width="200" wt="true" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Anche io, ad Arèvalo, ho avuto la sensazione di essere dentro una sua&amp;nbsp;poesia, &lt;em&gt;Volver&lt;/em&gt;. Non a caso,&amp;nbsp;l'oggetto&amp;nbsp;riportato indietro&amp;nbsp;da una giovanile primavera trascorsa&amp;nbsp;a Barcellona&amp;nbsp;cui sono più legato è un elegante libro beige che raccoglie l'intera produzione poetica di Jaime Gil de&amp;nbsp;Biedma, &lt;em&gt;Las personas del verbo&lt;/em&gt;.&amp;nbsp;Com'è facilmente immaginabile, è il regalo d'addio di una persona con cui ho&amp;nbsp;condiviso lunghe passeggiate per le stradine di Gracia, notti piene di stelle accovacciati sull'improvvisato&amp;nbsp;tetto condominiale&amp;nbsp;e immangiabili paelle nella mensa dell'università. I miei ricordi sono ormai immagini di lei, scattate in un'istante: quella espressione tenera e una sfumatura degli occhi, una certa dolcezza nell'inflessione della voce, gli sbadigli furtivi di&amp;nbsp;chi ha dormito male la notte precedente in pullman. Rileggere oggi&amp;nbsp;i versi di quella poesia, con i post-it che mi segnalano che non ero il solo a&amp;nbsp;conoscere certe emozioni, mi&amp;nbsp;consola sul fatto che un giorno, passati gli anni, ritornerà quell'ingenua&amp;nbsp;felicità&amp;nbsp;di vedersi e&amp;nbsp;ricordare che anche io, come Arèvalo,&amp;nbsp;sono cambiato.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6158770644864151543-2564633550798005814?l=iosonobarakaldo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/feeds/2564633550798005814/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6158770644864151543&amp;postID=2564633550798005814&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/2564633550798005814'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/2564633550798005814'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/2010/05/tornare-ad-arevalo-con-jaime-gil-de.html' title='Tornare ad Arèvalo, con Jaime Gil de Biedma'/><author><name>el señor dionigi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01813706263576975346</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='27' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/-6FsZteej01g/TgC6o0Sf6qI/AAAAAAAAAlU/Aa-fbHuCwZY/s220/sr%2Bdionigi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/S_B1CGRJNrI/AAAAAAAAAW0/egN6C5LqEik/s72-c/arevalo_5.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6158770644864151543.post-7819384766117036106</id><published>2010-02-04T03:18:00.002+01:00</published><updated>2010-11-15T15:38:04.294+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Malaga'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Sr. Chinarro'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Fred Bongusto'/><title type='text'>Essere il Sr. Chinarro (a Malaga, o dovunque)</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/S2opNsWfZ4I/AAAAAAAAAP0/ohOxG8TVOtQ/s1600-h/DSC01471.JPG" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="300" kt="true" src="http://2.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/S2opNsWfZ4I/AAAAAAAAAP0/ohOxG8TVOtQ/s400/DSC01471.JPG" width="400" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;Ci sono dei luoghi che possono definirsi solo come &lt;i&gt;magnetici&lt;/i&gt;, perchè arriva un certo momento nella vita in cui la loro forza di attrazione diventa invincibile, e l'insieme dei frammenti che ne hanno contraddistinto la nostra conoscenza lontana&amp;nbsp;si&amp;nbsp;ricompone di colpo&amp;nbsp;in un biglietto del treno&amp;nbsp;ad alta velocità. Malaga è, per me,&amp;nbsp;uno di questi luoghi.&amp;nbsp;In principio&amp;nbsp;fu&amp;nbsp;il&amp;nbsp;gusto del gelato con l'uvetta, etichettato&amp;nbsp;durante l'&amp;nbsp;infanzia come&amp;nbsp;bizzarro e&amp;nbsp;antiquato, a metà strada tra il puffo e la zuppa inglese nell'espositore del bar Piselli; poi fu &lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=t7YpR6FvmuM"&gt;la canzone di Fred Bongusto&lt;/a&gt;,&amp;nbsp;ricordata da&amp;nbsp;mio padre con esotismo (per la meta, che da ragazzo gli sembrava così lontana) e nostalgia (per gli anni passati); infine&amp;nbsp;fu Antonio Luque, che aveva deciso di andarci a vivere.&amp;nbsp;Come se non bastasse, mentre Madrid&amp;nbsp;era sferzata dal vento gelato, mi arrivarono gli ultimi due segnali: un articolo dell'inserto dei viaggi de El Paìs che raccontava dell'elegante "Malaga degli inglesi" e, soprattutto,&amp;nbsp;&lt;a href="http://vinospop.blogspot.com/2009/01/ciudades-del-mundo-mlaga.html"&gt;gli appunti&lt;/a&gt;&amp;nbsp;della mia (futura) amica Cristina&amp;nbsp;di un fine settimana riscaldato dal sole, dalla spiaggia e dalle alici alla brace, che iniziava come una coltellata alla schiena, ovvero lo specchio di quei miei&amp;nbsp;giorni inutili e infreddoliti: "&lt;i&gt;uno sale de Madrid con nieve (o lo que sea), un frío de la leche y tan mal cuerpo que cuesta creer que a menos de una hora en avión (insufrible, eso sí) se encuentre una tierra de viento soleado y terrazas amigables repletas de pescaítos, paellas y... gente!&lt;/i&gt;".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chiesi in giro se era vero, se Malaga&amp;nbsp;meritava tante aspettative, e le risposte unanimi dei miei amici&amp;nbsp;furono&amp;nbsp;un&amp;nbsp;implacabile getto d'acqua gelata lanciato sul mio&amp;nbsp;entusiasmo: è una città brutta, moderna, senza &lt;i&gt;encanto&lt;/i&gt;,&amp;nbsp;niente a che vedere con&amp;nbsp;gli altri capoluoghi andalusi, Siviglia, Cordoba,&amp;nbsp;Granaba, Cadice, meglio il fascino mùdejar&amp;nbsp;della piccola Ronda allora, o il glamour&amp;nbsp;di Marbella, ma non andare a Malaga. Ovviamente, non ho creduto a nessuno di loro. Non poteva essere&amp;nbsp;un posto così triste. Me lo sentivo.&amp;nbsp;La mia Malaga&amp;nbsp;sapeva di&amp;nbsp;gelato all'uvetta, di dolcezze sussurrate "in quella casa dal patio antico", delle&amp;nbsp;atmosfere del Sr. Chinarro, di spiagge e pescaìtos fritos.&amp;nbsp;&amp;nbsp;Stanco allora di girarci intorno,&amp;nbsp;mentre facevo calle Zurbano avanti e indietro quattro volte al giorno, e di limitarmi a immaginare, per dirla con le&amp;nbsp;parole di Cristina, "&lt;i&gt;esa franja infinita de chiringuitos y playa, de lanchas de espetos siempre humeantes y paellas recién hechas, de pescaítos y perros reposados que es El Palo&lt;/i&gt;", aspettai che&amp;nbsp;arrivasse Pasqua e che arrivasse Laura, e finalmente, con&amp;nbsp;la sahariana, la camicia di lino e il mio miglior spirito colonialista,&amp;nbsp;salii sul treno&amp;nbsp;ad alta velocità (che&amp;nbsp;anche per me l'aereo è&amp;nbsp;più che "insufrible"), in picchiata verso il sud del paese, arso dalla curiosità di scoprire chi aveva ragione, se i miei amici o Fred Bongusto.&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/S2osg0ziAZI/AAAAAAAAAQM/vpnOvOeOJ50/s1600-h/DSC01462.JPG" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="150" kt="true" src="http://2.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/S2osg0ziAZI/AAAAAAAAAQM/vpnOvOeOJ50/s200/DSC01462.JPG" width="200" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;In realtà, non c'è neanche bisogno di uscire dalla stazione di Malaga&amp;nbsp;per trovare una risposta. Basta scendere dal treno. L'aria marina che si respira già ad aprile. La luce. L'afa. Il ritmo della vita. I sorrisi. Le insegne.&amp;nbsp;Il resto è&amp;nbsp;una dolce conferma.&amp;nbsp;L'accento del tassista. Gli edifici con&amp;nbsp;l'intonaco&amp;nbsp;rovinato. I negozi di ultramarinos.&amp;nbsp;I nazarenos con il cappuccio nella mano&amp;nbsp;che s'incontrano per il cammino, indaffarati a raggiungere la partenza della processione. La plaza de toros della Malagueta, soffocata dai grattacieli&amp;nbsp;dozzinali.&amp;nbsp;Le case inerpicate sul monte Victoria,&amp;nbsp;protetto dal più alto Gibralfaro, villette&amp;nbsp;semplici ma chic&amp;nbsp;con le buganville in puro stile caprese. La maestosa alcazaba araba.&amp;nbsp;Il profumo dei gelsomini.&amp;nbsp;Il decadente&amp;nbsp;terrazzo della camera dell'albergo a conduzione&amp;nbsp;familiare. I glicini.&amp;nbsp;La&amp;nbsp;voluttà di sedersi ad aspettare il tramonto, con i capelli umidi,&amp;nbsp;la brezza del mare, e tutta la città distesa a vista d'occhio.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/S2orSW3jW1I/AAAAAAAAAP8/fOp2oMjcD0E/s1600-h/Immagine+149.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="150" kt="true" src="http://1.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/S2orSW3jW1I/AAAAAAAAAP8/fOp2oMjcD0E/s200/Immagine+149.jpg" width="200" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;E' che ci sono due tipi di viaggiatori: quelli che viaggiano per turismo, e quelli che viaggiano e basta, e a Malaga, grazie al cielo, il turismo è riserva indiana dei pallidi europei del nord.&amp;nbsp;E allora noi, belli,&amp;nbsp;colti e abbronzati, calzando espadrillas colorate scendevamo a piedi verso il centro, tagliando per le scalette "che sembra di essere a Via Tragara!", inebriati dal profumo dei fiori e guidati da quello dei ceri, e dallo strato di cera che lasciavano sull'asfalto.&amp;nbsp;Come Pollicino, ripercorrevamo la strada dei nazareni&amp;nbsp;con la tunica viola&amp;nbsp;e, dietro un angolo, sbucavamo&amp;nbsp;nel mezzo di una&amp;nbsp;processione,&amp;nbsp;ci acquattavamo ai bordi&amp;nbsp;e aspettavamo il passaggio del grande trono di legno e oro, con il Cristo sofferente&amp;nbsp;o la Vergine&amp;nbsp;misericordiosa, accompagnato dai passi degli uomini col cappuccio, seguito&amp;nbsp;dai sorrisi timidi&amp;nbsp;dei bambini,&amp;nbsp;mentre gli&amp;nbsp;spettatori ammassati con noi&amp;nbsp;davanti al bar al bordo&amp;nbsp;della strada chiacchieravano, ridevano,&amp;nbsp;attendevano la confraternita di Antonio Banderas,&amp;nbsp;sgranocchiavano &lt;i&gt;pipas&lt;/i&gt; e bevevano tintos de verano, mischiando sacro e profano con la stessa nonchalance con cui, al bancone dei bar di Malaga, l'anice e il brandy si&amp;nbsp;&amp;nbsp;mischiano per dare vita alla più divina delle bevande andaluse, il sol y sombra.&amp;nbsp;D'altronde è Pasqua, e&amp;nbsp;-chiedo un prestito&amp;nbsp;al&amp;nbsp;grande Clerici- &amp;nbsp;non poteva non esserci, nelle nostre giovanili avventure, nella nostra &lt;i&gt;sporting life&lt;/i&gt;, la stagione delle processioni.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;L'incenso si dissolve mentre il mare si avvicina, e il suo odore si lascia&amp;nbsp;sopraffare dalle alici che abbrustoliscono sulla brace ricavata&amp;nbsp;in una barchetta di legno abbandonata&amp;nbsp;sulla spiaggia. La vecchia struttura decadente dei&amp;nbsp;&lt;i&gt;baños del Carmen&lt;/i&gt;, con le sue colonne ormai solo decorative a picco sugli scogli, ci accoglie con una birra sul tavolo di plastica rosso per riposare, dopo aver passeggiato&amp;nbsp;per ore lungo&amp;nbsp;il mare, attraversando i quartieri del Palo e del Pedregalejo, le loro umili&amp;nbsp;casette colorate&amp;nbsp;ad un piano a ridosso del mare "così Italia anni sessanta!", i ristorantini di pesce&amp;nbsp;con i camerieri attempati, i chiringuitos con le sdraio, i cani senza guinzaglio, la gente rilassata, con la camicia nei pantaloni, la pancia e i capelli corti impomatati. Beviamo una manzanilla&amp;nbsp;al Pimpi, la bodega simbolo della città, perdendo i sensi nel cremoso salmorejo,&amp;nbsp;emblema di una qualità della vita senza eguali. Ci fermiamo a comprare pistacchi, uva passa ed enormi olive nella drogheria di un vecchietto senza età, lui e la drogheria, e le olive le pesca una per una&amp;nbsp;in un barattolone di plastica pieno di salamoia, e sono buonissime, carnose, come un bacio dopo una corsa. Stremati,&amp;nbsp;arriviamo alla fine della passeggiata come se fosse finito il mondo: la spiaggia&amp;nbsp;muore davanti a un muro, un bar con i muri scrostati allunga i suoi tavolini fino all'acqua, l'aperitivo si fa a tutte le ore, una barca solca l'orizzonte, la luce del sole si riflette sull'acqua e, sdraiata sulla panchina, da un paio d'ore addormentata, ti guardo di sfuggita da sotto il libro di Ray Loriga, e il tuo collo, per dirla col Sr. Chinarro, è lo specchio delle fate.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Già, il Sr. Chinarro. Ero convinto che Antonio Luque&amp;nbsp;vivesse a Siviglia, dove&amp;nbsp;è nato e dove ha registrato tutti i suoi dischi&amp;nbsp;fino alla recente svolta più&amp;nbsp;pop de &lt;i&gt;&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=ccQJTK4f-yE"&gt;El fuego amigo&lt;/a&gt;&lt;/i&gt;, e invece un paio di mesi prima di perderci per&amp;nbsp;Malaga&amp;nbsp;ho la fortuna di conoscere&amp;nbsp;al Cìrculo de Bellas Artes, glorioso edificio sulla Gran Vìa madrileña, durante un concerto di Darren Hayman, il mitico &lt;a href="http://acuarela-algodemi.blogspot.com/"&gt;Jesùs Llorente&lt;/a&gt;, con il suo inconfondibile&amp;nbsp;aspetto&amp;nbsp;(più da nerd che da hipster) barba-occhiali-camicia a scacchi.&amp;nbsp;Llorente ha per me le stigmate del santo e la fede&amp;nbsp;del missionario,&amp;nbsp;perchè fu lui, nel 1993, ad innamorarsi così tanto del Sr.&amp;nbsp;Chinarro che decise&amp;nbsp;di fondare una&amp;nbsp;minuscola etichetta, &lt;i&gt;Acuarela&lt;/i&gt;, solo per pubblicare i&amp;nbsp;suoi&amp;nbsp;primi oscuri,&amp;nbsp;criptici, meravigliosi lavori.&amp;nbsp;Oggi&amp;nbsp;&lt;a href="http://www.acuareladiscos.com/index.php?/es/catalogo"&gt;&lt;i&gt;Acuarela&lt;/i&gt;&lt;/a&gt; è una realtà musicale&amp;nbsp;affermata&amp;nbsp;e Sr. Chinarro ha cambiato rifugio discografico, ma Jesùs e Antonio continuano ad essere amici, e quando mi avvicino al primo per chiedergli del secondo, mi racconta che l'ha chiamato nel pomeriggio per dirgli che il suo nuovo appartamento a Malaga, a due passi dal mare, è così piccolo che quando i vicini tagliano le cipolle a lui viene da piangere.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/S2otgJDxOFI/AAAAAAAAAQU/abio5llv6NU/s1600-h/sr-chinarro-29-10-09.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="155" kt="true" src="http://2.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/S2otgJDxOFI/AAAAAAAAAQU/abio5llv6NU/s200/sr-chinarro-29-10-09.jpg" width="200" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="border: medium none;"&gt;La nuova etichetta del Sr. Chinarro, &lt;i&gt;&lt;a href="http://www.mushroompillow.com/es/sr_chinarro"&gt;Mushroom pillow&lt;/a&gt;&lt;/i&gt;,&amp;nbsp;ha da poco ripubblicato tutti i suoi&amp;nbsp;vecchi dischi, quelli che Antonio Luque non vuole più cantare, perchè, come spiega&amp;nbsp;durante il bellissimo programma &lt;i&gt;&lt;a href="http://www.rtve.es/mediateca/videos/20091109/mapa-sonoro-3-sr-chinarro-bill-bragg-nueva-vulcano-albert-pla-juan-pablos/624916.shtml"&gt;Mapa sonoro&lt;/a&gt;&lt;/i&gt; (quando in Italia qualcosa del genere?), mentre si fa tagliare i capelli&amp;nbsp;nella peluquerìa Pepe (nella Malaga più pura),&amp;nbsp;&amp;nbsp;"quando un regista fa un film al cinema&amp;nbsp;si va a vedere&amp;nbsp;solo quello, e non un collage&amp;nbsp;con i suoi film più&amp;nbsp;vecchi, e&amp;nbsp;mi piacerebbe che fosse così anche ai miei concerti, vorrei&amp;nbsp;suonare solo il disco nuovo". Comprarli, ascoltarli e leggerne i testi non è quindi solo un piacere, ma un&amp;nbsp;vero e proprio imperativo morale.&amp;nbsp;E' che il Sr. Chinarro&amp;nbsp;non si ascolta, o almeno&amp;nbsp;non solo quello, perchè il Sr. Chinarro&amp;nbsp;&lt;i&gt;si è&lt;/i&gt;, a Malaga, a Roma o dovunque,&amp;nbsp;perchè altro&amp;nbsp;non è che uno stile di vita. Sbaglia anche un famoso giornalista e scrittore, normalmente illuminato, che&amp;nbsp;non poco peso ha avuto nella mia formazione letteraria, quando mi scrive "&lt;i&gt;ridimensioniamo la cosa: Sr. Chinarro mi piaciucchia, ma non lo ritengo come fai tu il nuovo Bach-Beethoveen-Wagner-Puccini&lt;/i&gt;". Il punto non è quello; il punto è l'ineluttabile naturalezza di perdersi&amp;nbsp;nelle sue frasi misteriose, ellittiche,&amp;nbsp;apparentemente slegate,&amp;nbsp;velatamente ironiche, aspre, poetiche, fantasiose,&amp;nbsp;ridondanti di rimandi popolari e &lt;i&gt;costumbristi&lt;/i&gt;,&amp;nbsp;parole &amp;nbsp;magiche che acquistano nuovi significati, legate dal disincanto dei ricordi e dello scorrere quotidiano.&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/S2otqTAeTXI/AAAAAAAAAQc/6WtavMpmOTA/s1600-h/ventrilocuo.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="198" kt="true" src="http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/S2otqTAeTXI/AAAAAAAAAQc/6WtavMpmOTA/s200/ventrilocuo.jpg" width="200" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;D'altronde,&amp;nbsp;Luque lavorava in una fabbrica di merendine, era un quadro, con la sua espressione imbronciata, i suoi modi goffi, ed era insopportabile accettare di vivere una seconda vita da artista nel cono d'ombra della realtà, o viceversa, con gli impiegati da rimproverare che lo riconoscono e si confessano fan. Arrivano così i dischi duri, difficili&amp;nbsp;e solitari&amp;nbsp;dei primi anni duemila, &lt;i&gt;&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=DMzbZmnJg6g"&gt;La primera obra envasada al vacìo&lt;/a&gt;&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=YiiGW9weoZ8"&gt;El ventrilocuo de sì mismo&lt;/a&gt;&lt;/i&gt; e&amp;nbsp;&lt;i&gt;&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=cdFZrJAarVo"&gt;Cobre cuanto antes&lt;/a&gt;&lt;/i&gt;, che spiazzano&amp;nbsp;e deludono la critica dopo i piccoli grandi successi&amp;nbsp;degli album precedenti (&lt;i&gt;&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=3nyRH1gpo8A"&gt;El por què de mis peinados&lt;/a&gt;&lt;/i&gt;&amp;nbsp;e &lt;i&gt;&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=mEBokOvddKI"&gt;Nosèquè noseècuàntos&lt;/a&gt;&lt;/i&gt;), perchè Luque&amp;nbsp;rinuncia ai colori dell'acordeòn, delle tastiere, delle melodie dell'amico Belmonte&amp;nbsp;e dei cori femminili, per tornare a fare tutto da solo,&amp;nbsp;riempiendo le melodie scabre&amp;nbsp;di chitarre&amp;nbsp;petrose, nude, essenziali, che si rincorrono e si disperdono&amp;nbsp;come il fumo dei ceri in movimento, come l'odore dell'incenso nelle navate della &lt;i&gt;Manquita&lt;/i&gt;, la Cattedrale di Malaga, come cavalli sotto la pioggia, e adornandole con la sua prosa inafferrabile. Sono quelli i dischi da cui partire, perchè sono i più sinceri.&amp;nbsp;Si disintegra&amp;nbsp;il concetto di canzone (così come nel suo recentissimo esordio letterario, con i due racconti di &lt;a href="http://www.alphadecay.org/libro/socorrismo"&gt;Socorrismo&lt;/a&gt;, Antonio Luque ha ha fato lo stesso con le regole della narrativa), sono solo frasi che si susseguono senza una logica, brani che si susseguono senza un ritornello, dischi che si susseguono senza un singolo radiofonico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' un percorso interiore che conosce l'ironia ("&lt;i&gt;las misses no sabràn que responder/Es Prusia un territorio o un farol de taxis libres?&lt;/i&gt;"), l'amore ("&lt;i&gt;en el trampolìn de la piscina, desde el mes de junio abandonado, tu cuello es el espejo de las hadas&lt;/i&gt;"), la nostalgia ("&lt;i&gt;no tienes ni idea del viento que soplaba&lt;/i&gt;"), l'assurdo ("&lt;i&gt;Los domingos en el campo, la paella que se pasa al lado de otro drama forestal/Yo no hice nada, tengo el coche lleno de latas de Fanta machacadas&lt;/i&gt;"), le visioni quotidiane, che abbiano un senso oppure no (vestiti macchiati d'olio, chipirones alla plancha, cani che si perdono nei parchi o nei parcheggi del Burger King, case sepolte dalla vegetazione, finali di canzoni perdute, ananas che cadono sulla spiaggia..) e si trasforma, si sublima&amp;nbsp;in un linguaggio universale&amp;nbsp;da cui, una volta che si riconosce come proprio, non si può più tornare indietro. E allora io &lt;i&gt;sono&lt;/i&gt; il Sr. Chinarro, come sono Aki Kaurismaki, come sono Robert Rauschenberg, perchè le loro opere sono il mio modo di&amp;nbsp;affrontare la&amp;nbsp;vita e la mia vita è nelle loro opere, e io questo&amp;nbsp;gliel'ho detto ad Antonio Luque, nel bagno di un club minimalista di Pamplona, dopo&amp;nbsp;un suo concerto, ma chissà se l'avrà capito, mentre si lavava le mani, e mi regalava un foglietto con il testo di una canzone inedita.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/S2ouR2O89aI/AAAAAAAAAQs/L4ON3WUurNQ/s1600-h/bongusto.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="198" kt="true" src="http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/S2ouR2O89aI/AAAAAAAAAQs/L4ON3WUurNQ/s200/bongusto.jpg" width="200" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;Alla fine dei giochi, allora,&amp;nbsp;ha ragione lo scrittore peruviano Sergio Galarza, quando racconta che la sua&amp;nbsp;ragazza lo chiama&amp;nbsp;"el Sr. Tristarro, dice que no hay tío que cante más triste como él", mentre per lui, in realtà, "es más melancólico que otra cosa", perchè Nikolas lo insegna, la malinconia è la felicità di essere tristi, e niente lo è più del Sr. Chinarro, più di Malaga, più di questa vita. Anche Fred Bongusto aveva capito tutto, già dal 1963: "&lt;i&gt;Il mio amore e' nato a Malaga Malaga Malaga/Il mio cuore resta a Malaga Malaga Malaga/In quella casa dal patio antico/quante dolcezze ti ho sussurato/In quella notte di grande fiesta/io ti ho donato il mio cuor tutto l'amor&lt;/i&gt;". Io ci ho messo un pò più tempo, ma il risultato è stato lo stesso, perchè appena ho conosciuto Malaga,&amp;nbsp;anche il mio cuore è rimasto lì, e un giorno, quando&amp;nbsp;saprò cosa farmene,&amp;nbsp;andrò a riprendermelo, magari&amp;nbsp;in una canzone del Sr. Chinarro.&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="border: medium none; clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6158770644864151543-7819384766117036106?l=iosonobarakaldo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/feeds/7819384766117036106/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6158770644864151543&amp;postID=7819384766117036106&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/7819384766117036106'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/7819384766117036106'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/2010/02/essere-il-sr-chinarro-malaga-o-dovunque.html' title='Essere il Sr. Chinarro (a Malaga, o dovunque)'/><author><name>el señor dionigi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01813706263576975346</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='27' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/-6FsZteej01g/TgC6o0Sf6qI/AAAAAAAAAlU/Aa-fbHuCwZY/s220/sr%2Bdionigi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/S2opNsWfZ4I/AAAAAAAAAP0/ohOxG8TVOtQ/s72-c/DSC01471.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6158770644864151543.post-81281133562520591</id><published>2010-01-17T02:52:00.006+01:00</published><updated>2010-01-17T02:58:44.415+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Lidia Damunt'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Alejandro Rossi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Murcia'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Plasencia'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='La morte a Venezia'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Klaus e Kinski'/><title type='text'>La morte a Murcia (è molto shoegaze)</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/S1Js09PkgRI/AAAAAAAAANw/0oaYaoNpiBM/s1600-h/klaus%26kinski.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" ps="true" src="http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/S1Js09PkgRI/AAAAAAAAANw/0oaYaoNpiBM/s400/klaus%26kinski.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;em&gt;(Klaus&amp;amp;Kinski)&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Il caso ci mette sempre lo zampino e così&amp;nbsp;è dovuto a una causalità il fatto che ho scoperto l'esistenza di Murcia, capitale dell'omonima comunità autonoma&amp;nbsp;spagnola affacciata sul&amp;nbsp;Mediterraneo. La causalità in questione sono le insegnanti di spagnolo che ho avuto al Cervantes, quasi tutte provenienti da lì, e mitologicamente&amp;nbsp;innamorate della loro città como solo gli emigranti possono esserlo, tanto da infondere a tutti noi studenti la curiosità irrefrenabile di visitare&amp;nbsp;Murcia, dipinta ai nostri occhi nè più nè meno&amp;nbsp;come&amp;nbsp;il Paradiso in terra. Quel tempo coincise con il momento di scegliere la destinazione dell'Erasmus, decisione delicata perchè irripetibile, ed io, da un lato imbevuto dei&amp;nbsp;golosi&amp;nbsp;discorsi delle mie insegnanti e dall'altro&amp;nbsp;per natura&amp;nbsp;sedotto dalle cose che nessuno conosce, non ebbi alcuna esitazione nell'indicare&amp;nbsp;Murcia come meta preferita, e fu solo per la burocratica insistenza del responsabile dell'ufficio&amp;nbsp;che indicai -svogliatamente- come meta di riserva la più nota Barcellona. Ma tanto, mi domandavo, chi&amp;nbsp;altro chiederà mai di andare a Murcia? E così passai l'autunno ad immaginarmi la primavera&amp;nbsp;in una casa decadente di Murcia,&amp;nbsp;tra pati, azulejos,&amp;nbsp;decorazioni&amp;nbsp;mùdejar&amp;nbsp;e giardini interni, le palme seccate dal sole torrido, la sabbia&amp;nbsp;alzata dallo&amp;nbsp;scirocco africano, il pesce venduto&amp;nbsp;a due lire al mercato,&amp;nbsp;le interminabili&amp;nbsp;passeggiate sul lungomare, i pigri&amp;nbsp;pomeriggi in spiaggia, insomma, la mia personalissima Morte a Venezia,&amp;nbsp;finchè mi arrivò la risposta dell'università: avevo vinto -tra l'invidia generale- di andare a&amp;nbsp;Barcellona. La cosa mi sembrava impossibile, inspiegabile e deludente, frutto di un errore, ed invece era la&amp;nbsp;realtà: i miei buoni voti mi avevano spinto verso la Catalogna, la meta più ambita, frustrando i miei sogni di gloria bohemien e pauperisti sulla Manga menor, dove -chissà-&amp;nbsp;sarebbe approdato qualcun altro. Inutile dire che a Barcellona mi sono divertito da morire, e che&amp;nbsp;mentre ero lì ho pure&amp;nbsp;scoperto che Murcia è&amp;nbsp;tutt'altro che un luogo&amp;nbsp;ameno: paesone agricolo&amp;nbsp;senza&amp;nbsp;storia, senza&amp;nbsp;pati andalusi, e addirittura senza mare! Altro che equivoco, mi dicevo passeggiando per le vie di Gracia,&amp;nbsp;si è trattato di un vero e proprio&amp;nbsp;pericolo scampato. E perciò,&amp;nbsp;anche per vendetta verso le menzogne delle mie&amp;nbsp;vecchie insegnanti,&amp;nbsp;pur avendo girato la Spagna in lungo&amp;nbsp;e in largo, a Murcia non ho mai messo piede, nè mi è rimasto alcun residuo di curiosità.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Neanche ora che ho scoperto che Murcia è la patria del miglior gruppo&amp;nbsp;shoegaze iberico, i formidabili&amp;nbsp;&lt;a href="http://www.jabalinamusica.com/index2onivel.php?modo=artista&amp;amp;artista=Klaus and Kinski&amp;amp;foto=klau&amp;amp;session_id=650e992a579130404b964a616e2a11dd"&gt;Klaus&amp;amp;Kinski&lt;/a&gt;. Neanche per andare&amp;nbsp;a visitare i luoghi da Spagna profonda&amp;nbsp;in cui si snoda il video di &lt;em&gt;&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=zpKpodPLFmI"&gt;Nunca estàs a la altura&lt;/a&gt;&lt;/em&gt;,&amp;nbsp;la miglior canzone del loro disco d'esordio (&lt;em&gt;Tù hoguera està ardiendo&lt;/em&gt;), perchè un anonimo commentatore segnala su youtube che in realtà si tratta di Elche, cittadina di mare della limitrofa provincia di Alicante, e insomma, se anche loro decidono di non ambientare a Murcia il loro video, perchè dovrei sprecarci io un fine settimana? Eppure&amp;nbsp;i Klaus&amp;amp;Kinski&amp;nbsp;sono fantastici, impossibili da togliere dalla testa,&amp;nbsp;oltre che&amp;nbsp;la riprova che è meglio avere sottoculture tagliate con l'accetta (da loro) che non averne affatto (da noi), meglio&amp;nbsp;avere&amp;nbsp;hipster jamòn y queso piuttosto che bori col piumino o radical chic formato&amp;nbsp;bonsai. Impastato della malinconia dei&amp;nbsp;&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=XMrZsR8hapk"&gt;My Bloody Valentine&lt;/a&gt;, delle tonalità degli&amp;nbsp;&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=Az3SHeMHC6c"&gt;Yo La Tengo&lt;/a&gt; e della dolcezza dei&amp;nbsp;&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=YRoRKmMEbl8"&gt;Camera Obscura&lt;/a&gt;, macchiato di &lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=LL3SQ-4YDyU"&gt;bolero&lt;/a&gt; e &lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=1ealFYee7TA&amp;amp;feature=related"&gt;chitarre acustiche&lt;/a&gt;,&amp;nbsp;&amp;nbsp;il pop eterogeneo&amp;nbsp;del gruppo murciano -elettrico più che elettronico-&amp;nbsp;ritrova omogeneità nella voce della sua cantante, che appare impassibile&amp;nbsp;nella sua ironia disincantata&amp;nbsp;(a partire dall'iniziale &lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=mZMdJMsK2do"&gt;&lt;em&gt;El&amp;nbsp;Cristo del perdòn&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;)&amp;nbsp;&amp;nbsp;eppure, sotto il caschetto, lo sguardo immobile e il vestitino vintage, trema di romanticismo, timidezza e&amp;nbsp;paura (e lo fa&amp;nbsp;emozionando in&amp;nbsp;&lt;em&gt;&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=2eBBasn8xAE&amp;amp;feature=related"&gt;Lo que no cura mata&lt;/a&gt;&lt;/em&gt;). &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/S1JtBB5oeLI/AAAAAAAAAN4/Rg49E_lGyVs/s1600-h/sorolla+plasencia.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; cssfloat: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" ps="true" src="http://1.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/S1JtBB5oeLI/AAAAAAAAAN4/Rg49E_lGyVs/s320/sorolla+plasencia.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Se immaginarmi una scena shoegaze murciana mi&amp;nbsp;richiede molta fantasia (ma sempre&amp;nbsp;meno di quella&amp;nbsp;che mi serve per immaginarmela a Roma..), è ancora maggiore lo&amp;nbsp;sforzo di pensare Thomas Mann in Extremadura, quando ascolto la loro&amp;nbsp;implacabile&amp;nbsp;&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=WagcicSEl_U&amp;amp;feature=related"&gt;&lt;em&gt;Muerte en Plasencia&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;, forse l'unica canzone che musicalmente li avvicina all'etichetta &lt;a href="http://www.elefant.com/"&gt;Elefant&lt;/a&gt;,&amp;nbsp;la Mecca del pop naif spagnolo,&amp;nbsp;che li distribuisce (a pubblicarli invece è &lt;a href="http://www.jabalinamusica.com/home.php"&gt;Jabalina&lt;/a&gt;). Sarà perchè con Laura ci siamo stati a Plasencia,&amp;nbsp;arrivandoci dal ponte sul fiume Jerte,&amp;nbsp;avendo così&amp;nbsp;di fronte lo stesso sfondo che il grande&amp;nbsp;Joaquìn Sorolla&amp;nbsp;utilizzò&amp;nbsp;quasi un secolo fa per dipingere&amp;nbsp;il mercato dei maiali della città,&amp;nbsp;una delle grandi risorse extremeñe (da lì, tutt'ora, proviene forse il miglior jamòn&amp;nbsp;de bellota del&amp;nbsp;paese), e non ci è sembrato un luogo altamente spirituale.&amp;nbsp;Il maestoso complesso che oggi ospita il lussuoso parador, un pugno di palazzi baronali, chiese e conventi, lo sghembo porticato della tipica&amp;nbsp;plaza mayor,&amp;nbsp;più che spiccare quali&amp;nbsp;vestigia di un passato glorioso, cattolico e signorile, sembrano risucchiate dal contesto moderno, anonimo e povero, e più che ad&amp;nbsp;interrogarsi sul senso della vita e della morte,&amp;nbsp;i negozi di salumi, olio e formaggi spingono all'edonismo più sfrenato, almeno quello gastronomico.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/S1JtK9Fsv8I/AAAAAAAAAOA/KPcCbCPgHO0/s1600-h/extremadura.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; cssfloat: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" ps="true" src="http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/S1JtK9Fsv8I/AAAAAAAAAOA/KPcCbCPgHO0/s200/extremadura.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Eppure,&amp;nbsp;risalendo la valle del Jerte&amp;nbsp;da Plasencia verso ovest, verso&amp;nbsp;la Castilla, l'esistenzialismo dei Klaus&amp;amp;Kinski&amp;nbsp;torna subito in mente.&amp;nbsp;Ne racconta sinceramente l'atmosfera rurale&amp;nbsp;un bell'&lt;a href="http://elviajero.elpais.com/articulo/viajes/Guirnaldas/pimientos/elpviavia/20081101elpviavje_7/Tes"&gt;articolo&lt;/a&gt; dell'inserto di&amp;nbsp;viaggi&amp;nbsp;che esce il venerdì&amp;nbsp; con el&amp;nbsp;Paìs, el Viajero, che, letto un giorno davanti a una&amp;nbsp;berenjena rellena nella mia&amp;nbsp;seconda casa di Madrid (l'eterno &lt;em&gt;Guitarrista comunista&lt;/em&gt;, il ristorante più &lt;em&gt;castizo&lt;/em&gt; della città),&amp;nbsp;mi spinse ad affittarmi la macchina e a fare duecento chilometri&amp;nbsp;verso est, per vedere dal vivo l'effetto&amp;nbsp;che fa l'autunno in Extremadura, regione abbandonata al confine con il Portogallo. E così dormimmo nel castello che ospita il parador di Jarandilla de la Vera,&amp;nbsp;leggendo il giornale negli stessi saloni in cui Carlo V si era fermato a riposare; percorremmo la carretera che unisce come puntini&amp;nbsp;in un&amp;nbsp;gioco enigmistico tutti i paesini dimenticati della valle, con i peperoncini&amp;nbsp;appesi ai&amp;nbsp;balconi&amp;nbsp;appoggiati&amp;nbsp;su pericolanti colonne di legno, le pareti ricoperte dall'eternit e le botteghe ricolme&amp;nbsp;di conserve di pomodori,&amp;nbsp;marmellate,&amp;nbsp;mieli, formaggi, castagne,&amp;nbsp;morcillas patateras&amp;nbsp;e pimentòn;&amp;nbsp;attraversammo&amp;nbsp;piccole cascate (le&amp;nbsp;chiamano &lt;em&gt;gargantas&lt;/em&gt;, le gole),&amp;nbsp;tappeti di foglie bagnate, distese di ciliegi (che in primavera colorano di bianco le colline, e da lontano sembra che abbia&amp;nbsp;appena nevicato); visitammo il cimitero tedesco di Cuacos de Yuste, nascosto in un angolo di mondo&amp;nbsp;tra i tornanti, dove sono sepolti i soldati tedeschi delle due guerre mondiali che morirono sulle coste e sulle terre spagnole a causa del naufragio delle loro navi o dell'abbattimento dei loro aerei, tutti ricordati senza distinzione&amp;nbsp;con un'asutera&amp;nbsp;croce di granito scuro; e come in un climax spirituale, infine&amp;nbsp;contemplammo la serena perfezione della vista che si domina dal monastero di Yuste, dove Carlo V decise di ritirarsi negli ultimi anni della sua vita e, soprattutto, di morire. Se non è questa&amp;nbsp;una morte a Plasencia, poco (cammino) ci manca.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Che poi, mi ha sempre colpito l'interpretazione che de La morte a Venezia (o&amp;nbsp;a Plasencia, è uguale) ne ha dato Alejandro Rossi in un capitolo del suo &lt;em&gt;Manual del distraìdo&lt;/em&gt;. Scrive il filosofo messicano che quando Gustav&amp;nbsp; von Aschenbach, sprofondato -dopo aver cenato-&amp;nbsp;nella sua poltrona&amp;nbsp;in terrazza, osserva l'orribile, sfacciato, grottesco spettacolo offerto dai musicisti di strada entrati inaspettatamente nell'albergo, decide di non alzarsi, di non andarsene, perchè in loro vede annunciarsi un universo disordinato e ambiguo. Li contempla, e si rende conto che Venezia, meravigliosa e putrefatta, sono in realtà&amp;nbsp;quegli attori mendicanti, quegli arlecchini, che a loro volta rappresentano il "desiderio", l'altra riva, la realtà negata (e cioè, il suo amore per il giovane Tadzio). Secondo Rossi, quando Aschenbach domanda al musicista se Venezia è ormai appestata, ciò che vuole sapere è se loro -simbolo del suo desiderio- sono malati: &lt;em&gt;està preguntando si para satisfacerse es necesario aceptar la destrucciòn, maquillarse la cara, convertirse en uno de ellos&lt;/em&gt;. La risposta è ambigua, però Aschenbach ne coglie il senso e quando decide, come in sogno, di entrare in quella zona si tinge i capelli e si colora il volto, trasformandosi così in un personaggio di fantasia. A niente gli importa osservare&amp;nbsp;come alla fine, dopo la catartica risata con gli&amp;nbsp;ospiti&amp;nbsp;dell'albergo,&amp;nbsp;&amp;nbsp;i musicisti si tolgono la maschera e "smascherano" la farsa, la commedia che avevano impersonificato, perchè Aschenbach finalmente riceve lo sguardo di Tadzio e rimane da solo nella terrazza, e questa è l'unica cosa che per lui&amp;nbsp;conta.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/S1JtTXzUmWI/AAAAAAAAAOI/cCPH6iE9aSg/s1600-h/lidia+damunt.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; cssfloat: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" ps="true" src="http://2.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/S1JtTXzUmWI/AAAAAAAAAOI/cCPH6iE9aSg/s320/lidia+damunt.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;La morte, o perlomeno la sua immagine, dev'essere un pensiero ricorrente tra gli hispter murciani (così come lo era la Bibbia per gli hipster di Glasgow, secondo Stuart Murdoch), se anche la mitica &lt;a href="http://www.subterfuge.com/es/ver_artista.aspx?id_artista=156&amp;amp;seccion=3"&gt;Lidia Damunt&lt;/a&gt;,&amp;nbsp;&amp;nbsp;concittadina di Klaus&amp;amp;Kinski e personaggio più western della scena indie spagnola,&amp;nbsp;non manca di indossare i&amp;nbsp;suoi panni quando interpreta le sue &lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=-zpKP-pWVWo"&gt;canzoni&lt;/a&gt; screpolate. Oltre a portare la tuba in testa, l'armonica sul collo,&amp;nbsp;la chitarra in mano, la pandereta alla caviglia, l'altresì cantante delle &lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=Q4SHEwOqRsc&amp;amp;feature=related"&gt;Hello&amp;nbsp;Cuca&lt;/a&gt; sfoggia spesso un&amp;nbsp;carnevalesco costume da scheletro, da cui spuntano solo i suoi occhi&amp;nbsp;sperduti e la sua frangetta disordinata, come&amp;nbsp;nel&amp;nbsp;bergmaniano (partita di scacchi inclusa)&amp;nbsp;video di&amp;nbsp;&lt;em&gt;&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=xX0_t5p0scs&amp;amp;feature=related"&gt;Echo a correr&lt;/a&gt;&lt;/em&gt;, girato nell'incredibile scenario del deserto che si estende&amp;nbsp;tra Murcia e Almerìa,&amp;nbsp;così&amp;nbsp;polveroso, desolato&amp;nbsp;e costellato di agavi da far riecheggiare&amp;nbsp;le parole del Sr. Chinarro ("no acudieron buitres, pues tambièn habìan muertos"). Probabilmente&amp;nbsp;allora non è un caso&amp;nbsp;che la morte sia sempre collegata ad un sud geografico oltre che metafisico, ed ora che ci penso, se tanti anni fa&amp;nbsp;non sono finito a Murcia,&amp;nbsp;è solo perchè -evidentemente- per me&amp;nbsp;non era ancora il tempo di morire. Il giorno che che mi sentirò pronto, il giorno in cui non potrò più sopportare (per dirlo con le parole visionarie&amp;nbsp;di Alfred Kubin) la lotta&amp;nbsp;che esprimono le forze di attrazione e repulsione, i poli della terra con le loro correnti, l'alternarsi delle stagioni, il giorno e la notte, il bianco e il nero, il cui "vero inferno consiste nel&amp;nbsp;fatto che questo doppio gioco contraddittorio si prolunga in noi", saprò dove andare,&amp;nbsp;affitterò la macchina, metterò&amp;nbsp;il disco di Klaus&amp;amp;Kinski e, senza aria condizionata,&amp;nbsp;punterò verso sud, verso Murcia, e non sarò (il)&amp;nbsp;solo.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6158770644864151543-81281133562520591?l=iosonobarakaldo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/feeds/81281133562520591/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6158770644864151543&amp;postID=81281133562520591&amp;isPopup=true' title='5 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/81281133562520591'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/81281133562520591'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/2010/01/la-morte-murcia-e-molto-shoegaze.html' title='La morte a Murcia (è molto shoegaze)'/><author><name>el señor dionigi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01813706263576975346</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='27' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/-6FsZteej01g/TgC6o0Sf6qI/AAAAAAAAAlU/Aa-fbHuCwZY/s220/sr%2Bdionigi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/S1Js09PkgRI/AAAAAAAAANw/0oaYaoNpiBM/s72-c/klaus%26kinski.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>5</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6158770644864151543.post-9192994407391464650</id><published>2009-11-24T02:13:00.004+01:00</published><updated>2009-11-24T02:21:06.030+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Masha Qrella'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Benicassim'/><title type='text'>Quando eravamo giovani sognavamo Masha Qrella</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: center;"&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SwsyW8RX2sI/AAAAAAAAAKo/ypHshJxCJp0/s1600/DSC02847.JPG" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SwsyW8RX2sI/AAAAAAAAAKo/ypHshJxCJp0/s400/DSC02847.JPG" yr="true" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Quando eravamo giovani l'estate&amp;nbsp;andavamo a Benicassim per il festival. Ci facevamo l'ultimo bagno a San Sebastiàn all'ora in cui la città si risvegliava,&amp;nbsp;passavamo&amp;nbsp;da casa a&amp;nbsp;Pamplona per&amp;nbsp;preparare le borse e le baguette con la&amp;nbsp;tortilla, solcavamo la steppa aragonesa con la Golf blu ascoltando gli Hefner di &lt;em&gt;&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=TSIPg3iLSbk"&gt;We love the city&lt;/a&gt;&lt;/em&gt;, attraversavamo la Spagna e la&amp;nbsp;Spagna attraversava noi,&amp;nbsp;seguivamo il flusso delle altre macchine che&amp;nbsp;a luglio&amp;nbsp;scappavano verso sud, e all'ora di cena arrivavamo a Castellò, dove ci aspettava una casa, per qualcuno un letto, per altri un divano, o&amp;nbsp;il tappeto. La mattina facevamo colazione con il latte e i biscotti,&amp;nbsp;andavamo al mare a Benicassim, dormivamo, nuotavamo, leggevamo,&amp;nbsp;giocavamo con Maria e Candela, aspettavamo le tre per attraversare il lungomare di Benicassim, con i suoi lampioni senza fine, e salire all'appartamento degli zii, sulla Torre.&amp;nbsp;Arantxa cucinava, noi&amp;nbsp;ci sedevamo a tavola, Ignacio mi chiedeva dell'Italia,&amp;nbsp;i cugini si cambiavano il costume, Edoardo&amp;nbsp;raccontava alle ragazze&amp;nbsp;che faceva l'attore, le ragazze leggevano&amp;nbsp;le riviste scandalistiche, poi mangiavamo fino a scoppiare. La cosa&amp;nbsp;bella&amp;nbsp;era che non&amp;nbsp;importava di chi fosse la famiglia, importava sentirsene parte, anche se non ci eravamo mai visti prima,&amp;nbsp;anche se era solo per&amp;nbsp;una&amp;nbsp;manciata di giorni, anche&amp;nbsp;se non ci saremmo mai più rivisti. Dopo pranzo ci&amp;nbsp;mettevamo in veranda,&amp;nbsp;guardavamo la televisione, sfogliavamo i giornali, parlavamo dell'Osasuna, Arantxita rideva e&amp;nbsp;diceva a Edoardo&amp;nbsp;che assomigliava&amp;nbsp;al Colate, il fidanzato di Paulina Rubio, le cuginette&amp;nbsp;riposavano. Poi&amp;nbsp;si&amp;nbsp;facevano le sei, e allora ci cambiavamo, ci mettevamo i jeans e le magliette indie, salutavamo tutti&amp;nbsp;e con la Golf andavamo ad inaugurare il festival.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Quando eravamo giovani compravamo le magliette arancioni di Belle&amp;amp;Sebastian non ufficiali dalla macchina di alcuni ragazzi nel parcheggio del festival di Benicassim. Arrivavamo ai concerti riposati, pasciuti,&amp;nbsp;abbronzati, ridevamo degli inglesi emaciati e&amp;nbsp;palliducci, della loro vita in campeggio, dei loro infradito e dei loro stupidi cappelli di&amp;nbsp;paglia. Bevevamo birra in grandi bicchieri di plastica, seduti&amp;nbsp;davanti ai &lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=5ZwlgP21JhE"&gt;Maximo Park&lt;/a&gt;, ci sbrigavamo per sentire le ultime note del &lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=T4IF3hXdXxM"&gt;Sr. Chinarro&lt;/a&gt;, aspettavamo il tramonto e gli Yo&amp;nbsp;La Tengo (penso alla loro&amp;nbsp;&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=lrALeoN18bw&amp;amp;feature=related"&gt;Tom Courtenay&lt;/a&gt; e mi vengono i brividi)&amp;nbsp;sul prato davanti al palco centrale, parlando&amp;nbsp;di progetti, di ricordi, del nulla.&amp;nbsp;Mangiavamo quello che capitava, incontravamo amici, sentivamo freddo, ascoltavamo l'ultimo gruppo e poi, quando l'ambiente si faceva ostile, abbandonavamo il recinto, negandoci alle offerte di birre e pasticche dei punk disseminati nel cammino&amp;nbsp;che portava al&amp;nbsp;parcheggio. A casa, ruotavamo il letto, il divano e il tappeto, e Nikolas ci dava una lezione&amp;nbsp;su come si lavano i denti.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Maria e Candela, le&amp;nbsp;sue cugine, dopo aver scavato buche sul bagnasciuga&amp;nbsp;per tutta la mattina,&amp;nbsp;dopo aver&amp;nbsp;mangiato l'ensaladilla rusa, dopo aver fatto la siesta, &amp;nbsp;prima di lasciarle&amp;nbsp;-noi così grandi, fighi e con i capelli lunghi-,&amp;nbsp;ci&amp;nbsp;chiedevano&amp;nbsp;una spilla&amp;nbsp;in regalo. Una ciascuna.&amp;nbsp;Il giorno dopo gliele portavamo, colorate, e sbagliavamo, perchè erano diverse, e a due bambine di quattro anni bisogna comprare le cose uguali, e allora&amp;nbsp;una delle due ci rimaneva male, e il giorno dopo rimediavamo.&amp;nbsp;Se restavamo a casa Edoardo cucinava la pasta alla carbonara per i cugini che&amp;nbsp;ci avevano ospitato, gli veniva buonissima (come il pollo impanato, e le patate rosolate), però i navarri non erano abituati a mangiare pasta, figuriamoci alla carbonara, e allora dissimulavano a stento il loro gonfiore di stomaco, mentre noi ascoltavamo musica, uscivamo in terrazza, guardavo il mare, guardavamo avanti, lasciavamo che il vento&amp;nbsp;ci scompigliasse i capelli sulla fronte, pensavamo al giorno dopo, ad agosto, agli esami di settembre, alle ragazze che ci aspettavano.&amp;nbsp;Tornavamo al festival&amp;nbsp;a sentire i Cure&amp;nbsp;e i Lemonheads, un po' mi annoiavo perchè&amp;nbsp;non ero lì per quello,&amp;nbsp;le nuvole&amp;nbsp;coprivano le montagne valenciane, ci stringevamo nelle felpe col cappuccio,&amp;nbsp;Nikolas faceva ubriacare Edoardo, passavamo da un palco all'altro, non c'era&amp;nbsp;un vero perchè dietro i nostri gesti, ma&amp;nbsp;solo la consapevolezza di non avere una meta,&amp;nbsp;perchè contava soprattutto quel che vedevamo e sentivamo durante il tragitto. L'importante era&amp;nbsp;ricordarsi di lasciare le scarpe sul terrazzo&amp;nbsp;prima di andare a dormire.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Quando eravamo giovani avevamo lo sguardo d'artista, osservavamo le persone, le montagne, i concerti,&amp;nbsp;gli oggetti, le palme,&amp;nbsp;poi chiudevamo gli occhi, li riaprivamo, e&amp;nbsp;tutte quelle cose non le vedevamo più, ci sembravano diverse da come ce le&amp;nbsp;ricordavamo, le vedevamo con occhi diversi, perchè giravamo intorno alla realtà, o forse la realtà girava intorno a noi, e noi eravamo i suoi registi, i suoi scrittori, i suoi fotografi. Non avevamo nostalgia del passato perchè il futuro cambiava ogni cinque minuti, come i gruppi sul palco, le uscite&amp;nbsp;della carretera, con quei nomi curiosi&amp;nbsp;di paesini di mare, che sapevano di&amp;nbsp;paelle sulla spiaggia, fidanzate spagnole, kas limon,&amp;nbsp;che magari invece&amp;nbsp;erano dei posti squallidi, addolorati e pieni di&amp;nbsp;vecchi,&amp;nbsp;però ci confortava il mite&amp;nbsp;desiderio di non doverlo&amp;nbsp;scoprire mai. Credevamo nella possibilità di un incontro, nell'amore a prima vista, nei viaggi,&amp;nbsp;nel piacere di poter fare qualcosa per primi, di poterlo raccontare, di lasciare la sabbia nella macchina, i costumi ad asciugare nella casa&amp;nbsp;sulla&amp;nbsp;Torre, il telefono in camera, il prosciutto fuori&amp;nbsp;dal frigo, per quando tornavamo all'alba, affamati.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/Swsyqo4vimI/AAAAAAAAAKw/rKdl6xxFncM/s1600/masha+qrella+low.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; cssfloat: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://3.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/Swsyqo4vimI/AAAAAAAAAKw/rKdl6xxFncM/s200/masha+qrella+low.jpg" yr="true" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;L'ultima sera, sul palco grande suonava Nick Cave. Era la prima volta&amp;nbsp;da non so quanto tempo che si presentava in Spagna. Ormai svanita la commozione dei britannici per la notizia dell'irlandese che nel pomeriggio&amp;nbsp;era stato&amp;nbsp;trovato morto nella sua tenda, per il sole e per le pillole, l'unica cosa che contava per i&amp;nbsp;figli d'Albione&amp;nbsp;era fare il pieno di birre, bocadillos jamòn y queso, e prendere posto&amp;nbsp;per il concerto dell'australiano, l'evento più atteso di tutto il festival. Io però&amp;nbsp;lasciai lì&amp;nbsp;i miei amici e me andai ("a fare un'etruscata, mi diverto di più" direbbe Arbasino), verso il più piccolo dei palchi, quello coperto, sotto il tendone. Pensavano che fossi&amp;nbsp;pazzo a perdermi Nick Cave,&amp;nbsp;ma&amp;nbsp;sotto il tendone c'era la persona che stavo aspettando da quando eravamo saliti in macchina a Pamplona. Davanti a trenta persone (i disertori di Nick Cave, o semplici nordici&amp;nbsp;capitati lì per sbaglio), c'era&amp;nbsp;&lt;a href="http://www.myspace.com/mashaqrella"&gt;Masha Qrella&lt;/a&gt; che&amp;nbsp;si preparava&amp;nbsp;per il suo concerto. Avevo conosciuto Masha Qrella sulle&amp;nbsp;pagine di The Wire durante l'autunno, quando -nel mio momento preferito della giornata-&amp;nbsp;tornavo a casa dalle lezioni ed erano le sette, mettevo un disco, mi sdraiavo sul letto a sfogliare le riviste di musica e sognavo di&amp;nbsp;andare ai festival estivi.&amp;nbsp;In uno&amp;nbsp;dei dischi che a volte arrivavano&amp;nbsp;con la rivista inglese trovai &lt;em&gt;&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=tw__SWwaOCs"&gt;I want you&amp;nbsp;to know&lt;/a&gt;&lt;/em&gt;, rimasi fulminato, era&amp;nbsp;una canzone che non&amp;nbsp;smetteva mai di girarmi per la testa, una canzone d'amore e di rimpianti, disadorna e&amp;nbsp;sincopata. Il manifesto della mia gioventù, scritto da qualcun altro.&amp;nbsp;Era il periodo dell'indietronica, della scena tedesca, dei Notwist e dei Lali Puna, ma&amp;nbsp;la musica di Masha Qrella non era così intellettuale, tutt'altro, era una manciata di lettere d'amore scritte con&amp;nbsp;le drum machine, le tastiere colorate, le nuvole&amp;nbsp;di Berlino.&amp;nbsp;La ascoltavo e mi innamoravo della desolata dolcezza di&amp;nbsp;quelle parole ("I want you&amp;nbsp;to know my friend/it's where we started not where we end"),&amp;nbsp;mi incuriosiva la sua storia nei Mina (peraltro un gruppo fantastico)&amp;nbsp;e nei Contriva, mi&amp;nbsp;perdevo nel&amp;nbsp;suo ciuffo&amp;nbsp;sulla fronte, che&amp;nbsp;nelle foto le copriva gli occhi,&amp;nbsp;la bocca, il viso. Masha Qrella si era inventata una carriera solista, al riparo&amp;nbsp;nella sua Villa Qrella, lo studio di registrazione che aveva messo su a Berlino, pubblicando il primo disco (&lt;em&gt;Luck, &lt;/em&gt;che conteneva anche&amp;nbsp;la bellissima&lt;em&gt; &lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=MLBSQAtrcIE"&gt;Hypersomnia&lt;/a&gt;&lt;/em&gt;)&amp;nbsp;con la piccola Monika-Enterprise, per poi passare&amp;nbsp;(con il seguente&lt;em&gt; Unsolved Remained&lt;/em&gt;) alla &lt;a href="http://www.morrmusic.com/artist/Masha%20Qrella"&gt;Morr Music&lt;/a&gt;, l'etichetta più figa della mitteleuropa, l'ECM dell'indietronica. &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SwsxvupdJMI/AAAAAAAAAKg/4yDzcggq0Zs/s1600/DSC02869.JPG" imageanchor="1" style="clear: left; cssfloat: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://1.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SwsxvupdJMI/AAAAAAAAAKg/4yDzcggq0Zs/s320/DSC02869.JPG" yr="true" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Il sole tramontava su Benicassim ed io mi trovavo nel tendone di fronte a Masha Qrella, dopo che per tutto l'anno il sole era tramontato sulla mia stanza,&amp;nbsp;mentre&amp;nbsp;&lt;em&gt;Unsolved Remained&lt;/em&gt; suonava senza pause. Come in sogno, Masha&amp;nbsp;cantava con lo sguardo basso, nascosta dietro il ciuffo e la chitarra, un po' impacciata nel&amp;nbsp;pronunciare certe&amp;nbsp;parole, sorrideva allo sparuto pubblico, lo ringraziava per essere venuto,&amp;nbsp;mentre io&amp;nbsp;avrei voluto ringraziare&amp;nbsp;&lt;em&gt;lei&lt;/em&gt; per essere venuta. Dopo&amp;nbsp;un paio di canzoni non ero più solo perchè anche i miei amici mi avevano raggiunto, delusi da Nick Cave, dalla folla oceanica, dal chiacchiericcio che accompagnava la sua&amp;nbsp;voce grave.&amp;nbsp;Neanche a dirlo rimasero sorpresi (incantati?) dal mio piccolo segreto. Restammo in silenzio per tutto il concerto. Quando terminò, mi avvicinai al palco, mi&amp;nbsp;tolsi un peso dalla gola e le parlai. Dissi a Masha Qrella che ero venuto da Roma&amp;nbsp;per vederla. Arrossì,&amp;nbsp;sorrise,&amp;nbsp;liberò la fronte dal ciuffo, mi mostrò una bocca&amp;nbsp;che pur di baciarla Salomè le avrebbe fatto tagliare la testa, mi ringraziò, e mi&amp;nbsp;dedicò il&amp;nbsp;foglietto con la scaletta delle&amp;nbsp;canzoni che aveva suonato, con il pennarello blu. Quel foglietto è&amp;nbsp;ancora attaccato alla parete&amp;nbsp;della mia stanza.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SwszArQBhMI/AAAAAAAAAK4/aAy2vuYaJe4/s1600/masha+qrella+speak+low.png" imageanchor="1" style="clear: right; cssfloat: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://1.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SwszArQBhMI/AAAAAAAAAK4/aAy2vuYaJe4/s200/masha+qrella+speak+low.png" yr="true" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Quando eravamo giovani pensavamo&amp;nbsp;che c'erano momenti che non sarebbero più tornati, ed avevamo ragione. Non siamo&amp;nbsp;mai più tornati a Benicassim, non abbiamo più dormito nel salotto di Mikel a Castellò, non abbiamo&amp;nbsp;più mangiato le polpette di Arantxa, non abbiamo più parlato di calcio con Ignacio, non abbiamo più&amp;nbsp;riempito la Golf di sabbia, non abbiamo più fatto piani per il futuro, non ci siamo più stesi&amp;nbsp;sul prato tra i bicchieri di plastica, non abbiamo più comprato magliette di Belle&amp;amp;Sebastian, non abbiamo più aspettato un anno intero pur&amp;nbsp;di conoscere Masha Qrella.&amp;nbsp;Eppure,&amp;nbsp;non tutto si perde.&amp;nbsp;Per&amp;nbsp;un po' di tempo mi&amp;nbsp;ero dimenticato di Masha Qrella, finchè quest'anno ha pubblicato un disco meraviglioso, &lt;em&gt;&lt;a href="http://www.morrmusic.com/artist/Masha%20Qrella/release/119"&gt;Speak Low&lt;/a&gt;&lt;/em&gt;, nato da un bizzarro progetto commissionatole dalla Haus der Kulturen der Welt berlinese all'interno della rassegna "New York-Berlin", in cui ha interpretato con&amp;nbsp;il suo costernato romanticismo, con la sua docile inquietudine,&amp;nbsp;addirittura delle canzoni di Broadway di Kurt Weill&amp;nbsp;e Frederick Loewe (ascoltare &lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=DO4j5V1_zQM"&gt;I talk to the trees&lt;/a&gt; per credere). Domenica sera Masha Qrella&amp;nbsp;era a Roma e ad ascoltarla&amp;nbsp;c'era ancora meno pubblico di quel pomeriggio a Benicassim. Fichissima, hipster da morire,&amp;nbsp;il&amp;nbsp;ciuffo, la voce, i jeans, la felpa con il cappuccio,&amp;nbsp;gli occhi bassi, per un momento ho pensato che nulla fosse cambiato. Ho ritrovato quella sua aria imbronciata che ogni tanto si&amp;nbsp;apriva in un sorriso, come&amp;nbsp;quando si&amp;nbsp;passeggia sotto&amp;nbsp;un cielo grigio e&amp;nbsp;all'improvviso&amp;nbsp;si viene&amp;nbsp;illuminati e riscaldati da uno squarcio di&amp;nbsp;sole. Quel sorriso che mi ha regalato quando le ho raccontato del foglietto con le sue canzoni&amp;nbsp;che ho ancora&amp;nbsp;in camera, e&amp;nbsp;mi ha detto che si ricordava di tutto, di me, del concerto, di quel luglio,&amp;nbsp;di Benicassim,&amp;nbsp;di Nick Cave -&amp;nbsp;insomma,&amp;nbsp;di quando eravamo giovani.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6158770644864151543-9192994407391464650?l=iosonobarakaldo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/feeds/9192994407391464650/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6158770644864151543&amp;postID=9192994407391464650&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/9192994407391464650'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/9192994407391464650'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/2009/11/quando-eravamo-giovani-sognavamo-masha.html' title='Quando eravamo giovani sognavamo Masha Qrella'/><author><name>el señor dionigi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01813706263576975346</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='27' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/-6FsZteej01g/TgC6o0Sf6qI/AAAAAAAAAlU/Aa-fbHuCwZY/s220/sr%2Bdionigi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SwsyW8RX2sI/AAAAAAAAAKo/ypHshJxCJp0/s72-c/DSC02847.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6158770644864151543.post-1349507206823921828</id><published>2009-11-14T02:46:00.002+01:00</published><updated>2009-11-16T00:43:11.503+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Vashti Bunyan'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Gerald Brennan'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Beth Gibbons'/><title type='text'>L'arte di saper vivere fuori stagione</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/Sv4LC0qHWHI/AAAAAAAAAI4/1ndwflwpj0Y/s1600-h/beth+gibbons.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" sr="true" src="http://3.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/Sv4LC0qHWHI/AAAAAAAAAI4/1ndwflwpj0Y/s320/beth+gibbons.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Un aspetto della cultura inglese,&amp;nbsp;folk e un po' esoterico,&amp;nbsp;che mi ha sempre affascinato, è&amp;nbsp;il mite&amp;nbsp;struggimento&amp;nbsp; per il passato svanito, il desiderio di&amp;nbsp;rifugiarsi&amp;nbsp;nella&amp;nbsp;natura e di immergersi in un'esistenza quasi medievale, lontano dalle depredazioni della vita urbana. Ricordo il proprietario della casa londinese&amp;nbsp;dove&amp;nbsp;fui ospite&amp;nbsp;un'estate di tanti anni fa, un uomo sulla cinquantina, ricco -lavorava in Borsa-, ironico, molto solo, che voleva cambiare lavoro e soprattutto non voleva raggiungere la famiglia&amp;nbsp;ospite in&amp;nbsp;Toscana di non so quale nobiluccio locale, perchè il suo sogno era un altro: passare le vacanze -se non la vita-&amp;nbsp;nella vecchia casa semi-abbandonata di famiglia,&amp;nbsp;sperduta nelle campagne del Somerset.&amp;nbsp;Il&amp;nbsp;suo era sia un desiderio geografico che temporale: un ritorno al passato,&amp;nbsp;alla vita agreste, alle estati della sua infanzia.&amp;nbsp;La sera giocavamo a backgammon nel salotto di&amp;nbsp;casa, nel cuore del lussuosissimo &lt;em&gt;borough of Westminster&lt;/em&gt;, e a me sembrava una follia che un uomo che&amp;nbsp;possedeva un appartamento&amp;nbsp;del genere -cinque piani in una delle zone più chic della città- mi raccontasse del suo&amp;nbsp;bizzaro anelito di lasciare&amp;nbsp;tutto e&amp;nbsp;di tornare a vivere in quella casa di campagna, senza &lt;em&gt;white goods&lt;/em&gt;, senza acqua calda, senza&amp;nbsp;comodità. All'epoca pensavo fosse&amp;nbsp;il solito&amp;nbsp;inglese ricco ed eccentrico,&amp;nbsp;un po' dandy un&amp;nbsp;po'&amp;nbsp;radical-chic,&amp;nbsp;anche perchè gli indizi&amp;nbsp;erano gravi, precisi e concordanti:&amp;nbsp;l'aspetto trasandato, l'abbigliamento&amp;nbsp;"ben malvestito",&amp;nbsp;il taxi come&amp;nbsp;unico mezzo&amp;nbsp;di trasporto, il tappeto per le scale&amp;nbsp;pieno di buchi, l'orgoglio di vivere nell'unica strada di&amp;nbsp;Londra con&amp;nbsp;i lampioni ancora ad olio (sic!), le stanze disadorne, il ritratto del '600 accanto alla scultura di metallo d'arte contemporanea, il bagno interamente rivestito di legno, una moglie che&amp;nbsp;andava in giro&amp;nbsp;a piedi nudi, le partite di calcio con i&amp;nbsp;dipendenti a Battersea Park, il maggiordomo centroamericano. Solo ora capisco che sarebbe&amp;nbsp;riduttivo definirlo in questo modo;&amp;nbsp;in realtà, la sua inquietudine di vivere il mondo in maniera diversa, più semplice, era vera, e lui era semplicemente una persona&amp;nbsp;fuori stagione.&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/Sv4LLxo4leI/AAAAAAAAAJA/C8i7mkqc3Tg/s1600-h/beth-gibons.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; cssfloat: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" sr="true" src="http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/Sv4LLxo4leI/AAAAAAAAAJA/C8i7mkqc3Tg/s200/beth-gibons.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Non a caso, &lt;em&gt;Out of season&lt;/em&gt; fu il titolo che l'anno successivo al mio breve&amp;nbsp;passaggio londinese Beth Gibbons diede al suo&amp;nbsp;disco solista così bello e così fuori moda.&amp;nbsp;Un disco -e un'interprete-&amp;nbsp;di cui sono stato innamorato per molto tempo (se alzo la testa, sulla parete ancora&amp;nbsp;campeggia l'enorme poster della sua copertina), per la sua atmosfera&amp;nbsp;così autunnale, rarefatta, costernata,&amp;nbsp;così lontana eppure -nelle sfumature-&amp;nbsp;così vicina a quella dei Portishead.&amp;nbsp;Beth Gibbons&amp;nbsp;abbandonò per vari anni il&amp;nbsp;suo gruppo, il trip-hop,&amp;nbsp;i lustrini, la trivialità del&amp;nbsp;mercato musicale,&amp;nbsp;la città, il rumore, e si&amp;nbsp;ritirò&amp;nbsp;in un mondo a parte, la campagna del Devon, a contatto con&amp;nbsp;i misteri della natura,&amp;nbsp;concentrata a scrivere canzoni esili, delicate e desolate come &lt;em&gt;&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=nJrRVl7goLE"&gt;Mysteries&lt;/a&gt;&lt;/em&gt;, &lt;em&gt;&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=zLbMc2bDrSY&amp;amp;feature=related"&gt;Drake&lt;/a&gt;&lt;/em&gt; (omaggio a un&amp;nbsp;autore la cui eco è ben rintracciabile nel disco)&amp;nbsp;o &lt;em&gt;&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=irOb8TWjo9M"&gt;Sand River&lt;/a&gt;&lt;/em&gt;. Proprio la prima, un inno alla serenità dell'esilio bucolico, con i rumori del bosco in&amp;nbsp;apertura,&amp;nbsp;le&amp;nbsp;parole estatiche&amp;nbsp;e il video in dissolvenza&amp;nbsp;introduce chi ascolta&amp;nbsp;nell'umore folk&amp;nbsp;del disco,&amp;nbsp;prendendolo per mano come se stesse attraversando un campo abbandonato, al lato di un fiume, per&amp;nbsp; vedere l'alba: &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;"&lt;em&gt;God knows how I adore life/when the wind turns on the shores lies another day/I cannot ask for more/And when the time bell blows my heart and I have scored a better day, well nobody made this war of mine/And the moments that I enjoy/A place of love and mystery/I'll be there anytime&lt;/em&gt;". &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;em&gt;Out of season&lt;/em&gt; è un disco che riconcilia con la vita e allo stesso tempo ti fa sorgere lo spasimo di cambiarla, la vita, perchè è&amp;nbsp;un disco sulla memoria, sul passato,&amp;nbsp;sui ricordi, che non sono mera&amp;nbsp;imitazione di luoghi e momenti già vissuti, ma sofferto simulacro di esperienze che&amp;nbsp;continuano a vivere. La voce di Beth Gibbons è cangiante come lo sono i ricordi e le foglie in&amp;nbsp;autunno, a &lt;em&gt;&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=pKqGAE9gd_I"&gt;funny time of year&lt;/a&gt;&lt;/em&gt;,&amp;nbsp;e a volte è rotta, a volte limpida, a&amp;nbsp;volte disperata ("&lt;em&gt;there'll be no blossom on the trees/no blossom on the trees&lt;/em&gt;"), a volte&amp;nbsp;sussurrante,&amp;nbsp;a volte&amp;nbsp;dolce, a volte soul, sempre in chiaroscuro;&amp;nbsp; la musica è arida, essenziale, tremendamente intima, a sprazzi illuminata da sfumature&amp;nbsp;solitarie (i fiati, gli archi, un'armonica, un accenno d'elettronica), sempre evocativa.&amp;nbsp;L'ascolto di&amp;nbsp;&lt;em&gt;Out&amp;nbsp;of season&lt;/em&gt; è disagevole, solitario&amp;nbsp;e favoloso, come lo è&amp;nbsp;vivere in una casa di campagna&amp;nbsp;semi-abbandonata, senza elettrodomestici ma con il bosco, il fiume,&amp;nbsp;il cielo&amp;nbsp;e i cavalli.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;Beth Gibbons e il mio anfitrione londinese&amp;nbsp;sono espressione di quel gusto tutto inglese per il passato, la natura, il rimpianto,&amp;nbsp;la libertà di fuggire, di perdersi, di ricordare. Epigoni di un dandismo che trovava affermazione&amp;nbsp;nell'uscire -con discrezione-&amp;nbsp;dalla società, e soddisfazione&amp;nbsp;nel farsi da questa desiderare. Penso a Gerald Brennan, lo scrittore inglese che nel 1919, a 27 anni, riparò in Andalusia, nel piccolo villaggio rurale di Yegen, nella sierra delle&amp;nbsp;Alpujarras granadine.&amp;nbsp;A Yegen vi rimase per parecchio tempo, conquistato dalla semplicità della gente e della&amp;nbsp;vita,&amp;nbsp;passando i suoi giorni a recuperare quell'educazione che pensava&amp;nbsp;di aver perso per non essere andato all'università, e a scrivere.&amp;nbsp;Di quell'esperienza, che oggi&amp;nbsp;profuma&amp;nbsp;di agriturismo per famiglie, ma che all'epoca era una piccola follia,&amp;nbsp;&amp;nbsp;rimane traccia nel bellissimo &lt;em&gt;South From Granada: Seven Years in an Andalusian Village&lt;/em&gt;, che Brennan scrisse ne 1957, quando era già tornato in patria. &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&amp;nbsp; &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/Sv4LZbbcrSI/AAAAAAAAAJI/x77SzaaFcPA/s1600-h/vashti.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; cssfloat: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" sr="true" src="http://2.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/Sv4LZbbcrSI/AAAAAAAAAJI/x77SzaaFcPA/s200/vashti.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;In ogni caso, chi, nel mondo della musica inglese,&amp;nbsp;ha incarnato questo spirito nel modo più radicale è stata senza dubbio Vashti Bunyan, che un bel giorno si stufò di essere una promessa del&amp;nbsp;pop e si mise in cammino verso nord, per tornare sulla scena&amp;nbsp;dopo più di trent'anni. Nel 1968, mentre gli intellettuali alle vongole&amp;nbsp;che ancora ci perseguono&amp;nbsp;ingrossavano la &lt;em&gt;rive gauche&lt;/em&gt; (che Dio li maledica, tutti), Vashti Bunyan abbandonò la sua incompresa carriera pop londinese&amp;nbsp;e iniziò&amp;nbsp;il suo pellegrinaggio attraverso la Gran Bretagna, insieme al ragazzo di cui era innamorata, un cavallo e un cane (e presto anche un figlio), dormendo in un pullmino, con l'obiettivo di arrivare fino alle isole&amp;nbsp;Ebridi, e lì fermarsi,&amp;nbsp;al nord del nord della Scozia, della civiltà, della sua epoca. Il suo etereo disco d'esordio del 1970, &lt;em&gt;Just Another Diamond Day&lt;/em&gt;,&amp;nbsp;anch'esso parecchio fuori stagione,&amp;nbsp;fu troppo fragile per il mondo reale, brillò per un&amp;nbsp;momento ma si spense subito dopo. Le sue 100 copie furono presto risucchiate dall'oblio. Eppure, poco prima,&amp;nbsp;la sua carriera era stata&amp;nbsp;sul punto di prendere un'altra piega. Nel 1965 si era imbattuta, attraverso un'attrice amica della madre,&amp;nbsp;nel potentissimo&amp;nbsp;manager dei Rolling Stones, che l'aveva messa sotto contratto per rimpiazzare il buco lasciato dall'improvviso abbandono di&amp;nbsp;Marianne Faithfull. A Vashti&amp;nbsp;fu servita la fama&amp;nbsp;su un piatto d'argento,&amp;nbsp;sotto forma di una&amp;nbsp;(in realtà noiosissima)&amp;nbsp;canzone scritta da Mick Jagger e Keith Richards, &lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=a0e7nQrmf40"&gt;&lt;em&gt;Some things just stick in your mind&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;, il suo primo singolo,&amp;nbsp;con cui avrebe dovuto&amp;nbsp;ritagliarsi un posto nella swinging London. Eppure, si vedeva lontano un miglio che quel vestito alla moda&amp;nbsp;da &lt;em&gt;pop singer&lt;/em&gt; non era adatto a una ragazza che inseguiva una carriera da cantatutrice, una&amp;nbsp;rarità in&amp;nbsp;quei tempi. E così, per quella "&lt;em&gt;skinny art student with an old jumper with holes in it and a guitar slung over her shoulder&lt;/em&gt;", come&amp;nbsp;si descrive&amp;nbsp;su un&amp;nbsp;numero di The Wire di qualche anno fa,&amp;nbsp;giunse il momento di capire che doveva scappare da Londra. &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&amp;nbsp; &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Iniziò così&amp;nbsp;il suo viaggio per il paese,&amp;nbsp;i boschi, i fiumi, la pioggia, il vento, il silenzio, la gente dimenticata, tutte quelle cose&amp;nbsp;che &lt;em&gt;tu&amp;nbsp;chiamale, se vuoi, emozioni&lt;/em&gt; (canzone che potrebbe perfettamente aver scritto Vashti Bunyan); senza soldi, senza beni,&amp;nbsp;senza niente,&amp;nbsp;senza pensieri a parte dar da mangiare al cavallo; lontano&amp;nbsp;dalla città, dagli elettrodomestici, dalla gente; una storia, per me, così profondamente inglese, un lungo cammino d'abbandono e&amp;nbsp;disincanto&amp;nbsp;raccontato con&amp;nbsp;felice nostalgia in &lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=v7wCvzutm_Q"&gt;&lt;em&gt;Timothy Grub&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;: &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&amp;nbsp; &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;em&gt;"They lay there and dreamed of the days&lt;/em&gt; &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;em&gt;when they'd roam/Up and down the hills of the&amp;nbsp;North&lt;/em&gt; &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;em&gt;countryside/With the dogs eating buttercups on the&amp;nbsp;&lt;/em&gt; &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;em&gt;waysude/And they'd wave all the cities goodbye"&lt;/em&gt;. &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&amp;nbsp; &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Oggi, il mio anfitrione londinese continua a fare soldi in Borsa, a godersi la sua agiatezza e le sue abitudini, anche se probabilmente non ha più nessuno con cui giocare la notte a backgammon. Al massimo, quando non ce la fa più&amp;nbsp;a soppportare gli elettrodomestici che lo circondano, il consumismo delle figlie, la mondanità della London Fashion Week organizzata dalla moglie, si rifugia nel basement, il suo regno di libri accatastati, strumenti abbandonati e confusione varia, e si lascia trasportare dal ricordo di certe estati trascorse &lt;em&gt;al naturale&lt;/em&gt; nella vecchia casa di campagna. Beth Gibbons è tornata a fare ciò che l'ha resa famosa, infondendo della sua malinconia la durezza industriale, elettronica e&amp;nbsp;spettrale del nuovo -splendido-&amp;nbsp;disco dei Portishead, &lt;em&gt;Third&lt;/em&gt;. Vashti Bunyan, dopo aver vagato per 24 anni tra Scozia ed&amp;nbsp;Irlanda,&amp;nbsp;nel 1992&amp;nbsp;si è fermata&amp;nbsp;ad Edimburgo, dove tutt'ora&amp;nbsp;vive con&amp;nbsp;i tre figli e un nuovo marito (quell'altro si sarà perso per il cammino, magari in qualche pub).&amp;nbsp;&amp;nbsp;Nel 2000 &lt;em&gt;Diamond Day&lt;/em&gt; è stato ripubblicato,&amp;nbsp;facendole conoscere, finalmente,&amp;nbsp;il discreto successo che meritava. Qualche anno fa è uscito il suo secondo disco incantato,&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;em&gt;Lookaftering&lt;/em&gt;,&amp;nbsp;fedele testimonianza&amp;nbsp;della sua vita super folk.&amp;nbsp; &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&amp;nbsp; &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;La cosa che mi sorprende è che,&amp;nbsp;nonostante siano passati&amp;nbsp;più di trent'anni,&amp;nbsp;nessuna traccia d'amarezza increspa&amp;nbsp;la voce sussurrata di Vashti Bunyan. Ma in fondo, se decidi di vivere fuori stagione, il tempo è come se non passasse mai.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6158770644864151543-1349507206823921828?l=iosonobarakaldo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/feeds/1349507206823921828/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6158770644864151543&amp;postID=1349507206823921828&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/1349507206823921828'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/1349507206823921828'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/2009/11/larte-di-saper-vivere-fuori-stagione.html' title='L&apos;arte di saper vivere fuori stagione'/><author><name>el señor dionigi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01813706263576975346</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='27' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/-6FsZteej01g/TgC6o0Sf6qI/AAAAAAAAAlU/Aa-fbHuCwZY/s220/sr%2Bdionigi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/Sv4LC0qHWHI/AAAAAAAAAI4/1ndwflwpj0Y/s72-c/beth+gibbons.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6158770644864151543.post-8267839271633060880</id><published>2009-10-27T12:04:00.004+01:00</published><updated>2009-11-16T00:44:47.070+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Family'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='San Sebastiàn'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='La Buena Vida'/><title type='text'>Preferisco il rumore del mar cantabrico #1 (San Sebastiàn)</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SubROsZ83iI/AAAAAAAAAFw/6JM0FGKULIw/s1600-h/P1010048.JPG" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://3.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SubROsZ83iI/AAAAAAAAAFw/6JM0FGKULIw/s400/P1010048.JPG" vr="true" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;C'è un filo bianco come la schiuma delle onde del mar cantabrico quando si infrangono contro gli scogli che unisce di salsedine, umidità e malinconia i lavori di tanti artisti del nord della Spagna. Da San Sebastiàn a Vigo, passando per Bilbao, Santander, Gijòn, si susseguono città sferzate da una pioggia eterna, cieli grigi squarciati da pomeriggi di sole che accecano i ragazzi seduti sul paseo maritimo, montagne che muoiono nel mare, porti (post)industriali che sembrano il riflesso della dirimpettaia costa inglese, trasformandola da miraggio geografico a influenza culturale reale. Il nord della Spagna è il posto più diverso dalla Spagna che possa esistere e per questo motivo ha generato negli ultimi quindici anni un movimento musicale indipendente che di spagnolo non ha nulla, ma che guarda invece -con un misto di sfida ed ammirazione- oltremanica, quando non direttamente oltreoceano. Solo per fare namedropping, da est a ovest hanno segnato (e molti continuano a segnare) la scena realtà come Tulsa, La buena vida, Family, El inquilino comunista, Mcenroe, Single, Brian Hunt, Mus, Nosotrash, Manta Ray, Nacho Vegas, Migala, Abraham Boba, una fenomenologia musicale con parecchi punti in comune che, se proprio si vuole tracciare una linea di continuità con il movimento indie spagnolo esploso negli anni novanta, più che competere con l'ambiente pop di Madrid o Barcellona sembra guardare direttamente all'Andalusia inquieta che faceva il verso ai New Order o agli&amp;nbsp;Smiths con gruppi come Los Planetas o Sr. Chinarro. Prima o poi bisognerà parlarne di tutto questo, ma non ora.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;div style="border-bottom: medium none; border-left: medium none; border-right: medium none; border-top: medium none;"&gt;Ora c'è una città che è la faccia più allegra del nord della Spagna, con la sua spiaggia infinita, il suo festival del cinema, i suoi bar con il flipper&amp;nbsp;davanti al Kursaal, i negozi fighi&amp;nbsp;tipo Loreak Mendian&amp;nbsp;intorno alla cattedrale, le turiste inglesi con i leggings&amp;nbsp;che si divertono al Bataplan; eppure è una città che non riesce a scrollarsi di dosso la sua inquietudine neanche quando ride, perchè le onde non smettono mai di infrangersi contro i pettini del vento di Chillida, il monte Igeldo&amp;nbsp;fa calare la&amp;nbsp;nebbia sulla spiaggia di Ondarreta, la Real Sociedad è scivolata in serie B, le ragazze basche&amp;nbsp;piangono con le nuvole nere come sfondo, e le estati si trasformano in inverno nel giro di una canzone. Quella città sempre fuori stagione&amp;nbsp;è San Sebastiàn e in un bel libro iper-romantico&amp;nbsp;di qualche anno fa, &lt;a href="http://www.seix-barral.es/fichalibro.asp?libro=363"&gt;"El invierno en Lisboa"&lt;/a&gt; (Seix Barral, 1987), ambientato -però- proprio nella capitale guipuzcoana, Antonio Muñoz Molina la descriveva così: &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="border-bottom: medium none; border-left: medium none; border-right: medium none; border-top: medium none;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;div style="border-bottom: medium none; border-left: medium none; border-right: medium none; border-top: medium none;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SubRqywYkWI/AAAAAAAAAF4/aqn8peJZG94/s1600-h/P1010023.JPG" imageanchor="1" style="clear: left; cssfloat: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SubRqywYkWI/AAAAAAAAAF4/aqn8peJZG94/s200/P1010023.JPG" vr="true" /&gt;&lt;/a&gt;"&lt;em&gt;Supongo que hay ciudades a las que se vuelve siempre igual que&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&amp;nbsp;hay otras en las que todo termina, y que San Sebastiàn es de las primeras, a pesar de que cuando uno ve la desembocadura del rìo desde el ùltimo puente, en las noches de invierno, cuando mira las aguas que retroceden y el brìo de las olas blancas que avanzan como crines desde la oscuridad, tiene la sensaciòn de hallarse en el fin del mundo&lt;/em&gt;".&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;San Sebastiàn è uno stile di vita oltre che una città definitiva,&amp;nbsp;la più affascinante di tutto il paese, dove tornare e tornare e tornare un'altra volta ancora, per rigenerarsi, perchè ha ragione Muñoz Molina, sembra la fine del mondo, ed invece non finisce&amp;nbsp;un bel&amp;nbsp;niente,&amp;nbsp;perchè è&amp;nbsp;piena di vita. Allo stesso tempo, è&amp;nbsp;un luogo in cui giocare a sentirsi Tonio Kröger ("Io sto tra due mondi, di cui nessuno è il mio, e per questo la mia vita è un po' difficile"), in cui provare a fuggire da sè stessi,&amp;nbsp;in cui indulgere nella contemplazione del muro bianco, sotto forma di mare perennemente increspato, di cui si sente sempre il fremito. Qualche anno fa un mio amico che lì ha una casa a&amp;nbsp;cinque minuti dalla spiaggia mi spedì il disco che più di tutti incarna un certo spirito donostiarra, "Un soplo en el corazòn" dei &lt;a href="http://www.elefant.com/grupos/family/biografia"&gt;Family&lt;/a&gt;, un duo assurdo che a metà degli anni novanta decise, più per gioco che per passione, di registrare un disco fondamentale per un'intera generazione e poi scomparire per sempre. &lt;em&gt;Un soplo en el corazòn&lt;/em&gt; è il disco da ascoltare di inverno&amp;nbsp;quando si ha nostalgia dell'estate appena trascorsa e si attende con trepidazione l'estate che deve arrivare, perchè le cose più belle e quelle più tristi succedono solo in quei tre mesi, e il resto del tempo sono solo esercizi spirituali per giovani adolescenti, in cui imparare la nobile arte del rimpianto e dell'illusione,&amp;nbsp;come ne "&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=7C1D7XNyNWU&amp;amp;feature=related"&gt;El bello verano&lt;/a&gt;": &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;"&lt;em&gt;Tengo ganas de fiesta, de que acabe el invierno, de volver a nadar en el mar. De soñar el verano en el que fuimos novios y poderle cambiar el final [..] Tu cara triste, mi amor de plata, podemos volver a empezar. Seremos delfines o ballenas azules viviendo en el fondo del mar&lt;/em&gt;".&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;div style="border-bottom: medium none; border-left: medium none; border-right: medium none; border-top: medium none;"&gt;Perchè San Sebastiàn, così come l'estate, o l'adolescenza, o il nord,&amp;nbsp;sono come il diritto secondo Savigny, non hanno un'esistenza empirica per sè stesse, ma la loro essenza, piuttosto, è la vita stessa dell'uomo contemplata da un punto di vista speciale. Un disco che parla di San Sebastiàn è allora necessariamente un disco imperfetto, ingenuo, immaginativo, ma allo stesso tempo un disco "in cui non manca nulla e nulla è di troppo", come lo descrisse il mio amico basco, perchè così è la città che rappresenta. Lo stesso amico che, in una recente lettera, si lamentava per la sua incapacità di&amp;nbsp;afferrare i dettagli di ciò che lo circonda,&amp;nbsp;perchè "credo che arrivo alle cose, le capisco però rimango lì, non vado oltre, mi fermo alla superficie, non approfondisco e così quel poco che imparo non posso trasmetterlo", quando invece proprio lui mi ha&amp;nbsp;trasmesso il dolce piacere di sedersi per ore e ore sul muro della spiaggia più estrema della città, quella di Gros, con un &lt;em&gt;botellìn&lt;/em&gt; di birra dopo l'altro in mano, finchè il sole non tramonta dietro l'isola di Santa Clara, i surfisti più temerari&amp;nbsp;sciamano verso i bar del lungomare, il vento autunnale&amp;nbsp;soffia sempre più forte, e si fa l'ora della proiezione del prossimo pallosissimo&amp;nbsp;film argentino al festival;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SubTY2Vh6XI/AAAAAAAAAGI/4kWKkrQ6jLo/s1600-h/P1010102.JPG" imageanchor="1" style="clear: right; cssfloat: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://1.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SubTY2Vh6XI/AAAAAAAAAGI/4kWKkrQ6jLo/s200/P1010102.JPG" vr="true" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="border-bottom: medium none; border-left: medium none; border-right: medium none; border-top: medium none;"&gt;oppure di ripararsi in certi gelidi pomeriggi d'inverno dietro le vetrate del Branka, il bar sotto la casa di Chillida e al lato del circolo del tennis, con un mentapoleo fumante tra le mani, le ragazze che distrattamente&amp;nbsp;passano davanti&amp;nbsp;e il giornale sportivo&amp;nbsp;aperto sul tavolo di fòrmica; in un caso e nell'altro, sempre&amp;nbsp;con lo sguardo fisso al mare, rivolto alle onde che arrivano da chissà dove per morire sulla spiaggia, ripensando alle estati mancate&amp;nbsp;della nostra vita e&amp;nbsp;avendo fiducia in&amp;nbsp;quelle che verranno, ricordando gli amici del mare che -chissà perchè- il resto dell'anno non esistono,&amp;nbsp;affondando nella nostalgia di certe melodie&amp;nbsp;del gruppo più famoso mai uscito da San Sebastiàn,&amp;nbsp;&lt;a href="http://www.myspace.com/somoslabuenavida"&gt;La buena vida&lt;/a&gt;, che, guardacaso, proprio in una canzone che si chiama&amp;nbsp;"&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=YNeYa1K9sV8"&gt;Verano&lt;/a&gt;"&amp;nbsp;si auguravano&amp;nbsp;che "Tal vez el mejor verano sea el que hoy me das".&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6158770644864151543-8267839271633060880?l=iosonobarakaldo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/feeds/8267839271633060880/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6158770644864151543&amp;postID=8267839271633060880&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/8267839271633060880'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/8267839271633060880'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/2009/10/preferisco-il-rumore-del-mar-cantabrico.html' title='Preferisco il rumore del mar cantabrico #1 (San Sebastiàn)'/><author><name>el señor dionigi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01813706263576975346</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='27' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/-6FsZteej01g/TgC6o0Sf6qI/AAAAAAAAAlU/Aa-fbHuCwZY/s220/sr%2Bdionigi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SubROsZ83iI/AAAAAAAAAFw/6JM0FGKULIw/s72-c/P1010048.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6158770644864151543.post-8334912744712188420</id><published>2009-10-18T18:58:00.002+02:00</published><updated>2009-11-16T00:45:29.266+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Love of Lesbian'/><title type='text'>1999, o l'anno in cui è cambiato il mondo</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SttHb_Z4foI/AAAAAAAAAEw/4hsUr9xvH4g/s1600-h/1999.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://1.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SttHb_Z4foI/AAAAAAAAAEw/4hsUr9xvH4g/s320/1999.jpg" vr="true" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;E' difficile staccarsi da &lt;em&gt;1999&lt;/em&gt;, l'ultimo disco dei catalani &lt;a href="http://www.myspace.com/loveoflesbian"&gt;Love of Lesbian&lt;/a&gt;, che&amp;nbsp;più che un disco&amp;nbsp;è in realtà&amp;nbsp;un piccolo romanzo di formazione, il resoconto -molto letterario- di un anno chiave&amp;nbsp;nella storia d'amore post-adolescenziale tra due ragazzi di Barcellona.&amp;nbsp;E' difficile staccarsi perchè&amp;nbsp;è un disco trascinante, nostalgico, emozionante, così come emozionante è la voce di&amp;nbsp;Santi Balmes, cantante e autore dei testi,&amp;nbsp;che con le sue parole&amp;nbsp;è come se ci&amp;nbsp;mostrasse&amp;nbsp;la&amp;nbsp;parete piena di polaroid della sua stanza di dieci anni fa. E' difficile staccarsi perchè ognuno di noi ha vissuto il suo&amp;nbsp;&lt;em&gt;1999&lt;/em&gt;, ed allora&amp;nbsp;ad&amp;nbsp;ascoltare certe storie di&amp;nbsp;grida, concerti, frangette, dischi,&amp;nbsp;questioni&amp;nbsp;di famiglia,&amp;nbsp;fughe&amp;nbsp;e finestre rotte vengono in mente altre storie, questa volte vissute, che pero'&amp;nbsp;non hanno avuto nemmeno la consolazione della memoria in&amp;nbsp;un disco così bello. In &lt;a href="http://www.experpento.es/extravista/lol.htm"&gt;un'intervista&lt;/a&gt;, a domanda banale ("¿Cuánto de autobiográfico tiene el disco?"), Balmes risponde&amp;nbsp;da campione: &lt;em&gt;Yo diría que un 70 por ciento es autobiográfico y el resto es fantasía, como me hubiera gustado que fueran las cosas en un momento dado ¿no?&lt;/em&gt;.&amp;nbsp;Ha ragione: per quanto si può essere felici in un certo momento storico, non si perde mai&amp;nbsp;la consapevolezza di poterlo essere ancora di più, e allora anche il passato -soprattutto in un disco-&amp;nbsp;è bello ricordarselo&amp;nbsp;in parte per quello che è stato e in parte per quello che sarebbe potuto essere.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;div style="border-bottom: medium none; border-left: medium none; border-right: medium none; border-top: medium none;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SttHrpVt-1I/AAAAAAAAAE4/N0b1AGhFEME/s1600-h/love+of+lesbian.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; cssfloat: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://1.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SttHrpVt-1I/AAAAAAAAAE4/N0b1AGhFEME/s200/love+of+lesbian.jpg" vr="true" /&gt;&lt;/a&gt;Il passato dell'universo di&amp;nbsp;Santi Balmes si apre con l'impattante immagine di un eterno&amp;nbsp;ritorno sul luogo del delitto sentimentale. &lt;em&gt;&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=bjCjmp_TM6c"&gt;Allì donde solìamos gritar&lt;/a&gt; &lt;/em&gt;è il&amp;nbsp;ritorno,&amp;nbsp;dieci anni dopo, alle panchine&lt;em&gt;&amp;nbsp;&lt;/em&gt;sopra il porto industriale di Barcellona, dove Balmes andava a gridare&amp;nbsp;con la sua ragazza quando si sentivano inquieti. Quelle grida si sentono ancora, così come&amp;nbsp;quelle panchine&amp;nbsp;ancora conservano tutti i versi di &lt;em&gt;Heroes&lt;/em&gt;, che avevano&amp;nbsp;inciso al buio e senza pensare,&amp;nbsp;&amp;nbsp;"con las faltas de un chaval".&amp;nbsp;Dodici canzoni e dodici&amp;nbsp;polaroid&amp;nbsp;dopo, il disco si chiude con &lt;em&gt;&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=FFQyv1NE-XI"&gt;2009. Voy a romper las ventanas&lt;/a&gt;&lt;/em&gt;, ovvero&amp;nbsp;la&amp;nbsp;consapevolezza che per quanto tempo&amp;nbsp;sia passato, è inutile&amp;nbsp;provare a dimenticare, perchè&amp;nbsp;tanto non è cambiato niente;&amp;nbsp;che&amp;nbsp;è ancora presto per&amp;nbsp; rinunciare, perchè, come dice anche un mio amico di Pamplona, la malinconia è la felicità di essere tristi; e che soprattutto, rispetto a quegli anni, non siamo mai cresciuti, e non ci siamo mai equilibrati (e possibilmente, non lo faremo mai).&amp;nbsp;L'ultima immagine fa allora&amp;nbsp;il paio estetico&amp;nbsp;con la prima: non sono più&amp;nbsp;grida che fendono l'aria, ma sassi che rompono finestre, vetri che piovono,&amp;nbsp;ricordi che ritornano:&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;em&gt;"Voy a romper las ventanas &lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;em&gt;para que lluevan cristales,&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;em&gt;ven a romper las ventanas,&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;em&gt;ven a gritar como antes,&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;em&gt;ven a romper las ventanas&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;em&gt;y hacer del caos un arte,&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;em&gt;voy a romper tus ventanas&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;em&gt;y voy a entrar como el aire.."&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&amp;nbsp; &lt;br /&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SttH0ZydBYI/AAAAAAAAAFA/lXl-IvpPUIc/s1600-h/1999_love+of+lesbian.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; cssfloat: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SttH0ZydBYI/AAAAAAAAAFA/lXl-IvpPUIc/s200/1999_love+of+lesbian.jpg" vr="true" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Dieci anni fa c'erano finestre ben precise che avrei voluto rompere, per poterci entrare come l'aria. Stanze da letto&amp;nbsp;ben&amp;nbsp;definite, con la moquette per terra&amp;nbsp;e i vocabolari&amp;nbsp;di&amp;nbsp;greco e latino&amp;nbsp;sugli scaffali.&amp;nbsp;Universi di lentiggini da esplorare.&amp;nbsp;Senza la forza visiva presente nel disco dei Love of Lesbian, descrissi il mio 1999 (proprio quell'anno!) in un libro che si potrebbe definire -Cortàzar non si offenderà- di "realismo fantastico", perchè raccontavo&amp;nbsp;una storia vera che in realtà non era mai esistita,&amp;nbsp;o meglio, forse una storia di fantasia che in realtà, per me, sì che era esistita. Che&amp;nbsp;poi, quando si racconta una storia,&amp;nbsp;soprattutto se&amp;nbsp;è la propria storia,&amp;nbsp;è davvero così importante sapere se è&amp;nbsp;successa&amp;nbsp;davvero? Ci saranno sempre delle cose che non si possono raccontare, ed altre che è meglio aggiungere.&amp;nbsp;Lo stesso Santi Balmes, rispondendo a tutt'altra domanda,&amp;nbsp;offre una lettura&amp;nbsp;su questo tema della sincerità.&amp;nbsp;Siccome ha&amp;nbsp;scritto i primi tre dischi in inglese e gli ultimi tre in spagnolo&amp;nbsp;(rinnegando la scelta di cantare in un'altra lingua&amp;nbsp;come un errore che nessun gruppo dovrebbe commettere), gli chiedono che ruolo ha per lui il catalano, di fatto la sua &lt;em&gt;vera &lt;/em&gt;lingua madre: &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&amp;nbsp; &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;"&lt;em&gt;El catalán es nuestra lengua materna, es lo que hablamos en la furgoneta. Yo aprendí a hablar castellano a los cinco años. El problema que tengo yo con el catalán, que quizás lo debería de superar, es que al ser mi lengua familiar, me pongo más serio. Con tu madre no hablas de lo que hiciste anoche... me cambia mucho la configuración psíquica cuando hablo en una u otra lengua, es una pasada&lt;/em&gt;". &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Ci sono lingue in cui è più facile&amp;nbsp;parlare di&amp;nbsp;sè stessi, perchè non sono&amp;nbsp;la&amp;nbsp;nostra&amp;nbsp;lingua. Ci sono storie&amp;nbsp;in cui è più facile identificarsi, perchè non parlano di noi. Ci sono ricordi in cui è più&amp;nbsp;facile riconoscersi, perchè non sono i nostri, ma quelli che avremmo voluto vivere. Mi ha detto un amico&amp;nbsp;che la ragazza con cui dieci anni fa&amp;nbsp;avrei voluto gridare&amp;nbsp;si è sposata la settimana scorsa. Gli ho risposto che, allora, la settimana scorsa si è definitivamente conclusa un'epoca. Quell'epoca iniziata nel 1999, che&amp;nbsp;doveva&amp;nbsp;essere l'ultimo anno del mondo e che invece -ora capisco-&amp;nbsp;per me, come per&amp;nbsp;Santi&amp;nbsp;Balmes, è stato&amp;nbsp;solo&amp;nbsp;l'ultimo anno di un &lt;em&gt;certo&lt;/em&gt; mondo,&amp;nbsp;di cui oggi&amp;nbsp;non rimane nulla, se non&amp;nbsp;la certezza di averlo vissuto. Meglio così; se domani ritornasse, non saprei più come viverlo.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6158770644864151543-8334912744712188420?l=iosonobarakaldo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/feeds/8334912744712188420/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6158770644864151543&amp;postID=8334912744712188420&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/8334912744712188420'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/8334912744712188420'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/2009/10/1999-o-lanno-in-cui-e-cambiato-il-mondo.html' title='1999, o l&apos;anno in cui è cambiato il mondo'/><author><name>el señor dionigi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01813706263576975346</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='27' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/-6FsZteej01g/TgC6o0Sf6qI/AAAAAAAAAlU/Aa-fbHuCwZY/s220/sr%2Bdionigi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SttHb_Z4foI/AAAAAAAAAEw/4hsUr9xvH4g/s72-c/1999.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6158770644864151543.post-6974811484971241869</id><published>2009-10-04T12:10:00.008+02:00</published><updated>2009-11-16T00:47:02.519+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Alejandro Rossi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Sr. Chinarro'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Julio Cortàzar'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Agustìn Fernàndez Mallo'/><title type='text'>Non arrivarono avvoltoi, perchè anche loro erano morti</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SslIrpvc0jI/AAAAAAAAADM/IOe5sObfgjU/s1600-h/Sr.+Chinarro+1994.jpg"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5388918343901958706" src="http://2.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SslIrpvc0jI/AAAAAAAAADM/IOe5sObfgjU/s400/Sr.+Chinarro+1994.jpg" style="cursor: hand; display: block; height: 200px; margin: 0px auto 10px; text-align: center; width: 200px;" /&gt;&lt;/a&gt; &lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Non è raro nè indolente fermarsi ad osservare, di tanto in tanto, la piccola biblioteca o la collezione di dischi o l'insieme delle immagini appese alle pareti della propria stanza e domandarsi che cosa lega tra loro quei nomi, quei titoli e quei volti che, come scriveva lo scrittore e filosofo messicano (ma nato a Firenze) Alejandro Rossi, per sè stessi non sono altro che "objetos sin historia, que nos rodean de soledad". Non è raro nè gratuito aprire gli scatoloni polverosi pieni di oggetti che ci si è portati dietro da una città lontana e domandarsi che cosa, al di là dei singoli oggetti, si è effettivamente preso, ed appreso, in quell'altro mondo, ormai scivolato via come spremuta d'arancia tra le mani. Non è raro nè nostalgico pensare alle carcasse che si sono disseminate in altri paesi, in altre vite, nel proprio passato e domandarsi che cosa pensava Antonio Luque quando nella pagina interna del suo primo disco (&lt;em&gt;Sr. Chinarro&lt;/em&gt;) scriveva "no acudieron buitres, pues tambièn habìan muerto", e se aveva ragione.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Ciò che è raro e, in fondo, inutile, è dare delle risposte certe a queste domande. Meglio, molto meglio, lasciare che l'inquietudine ricostruisca il percorso a ritroso, limitandosi ad accompagnare i passi come il battito delle mani accompagna un flamenco gaditano. Meglio, molto meglio, lasciare che poco alla volta indizi confusi, associazioni fugaci e casualità esistenziali suggeriscano i nostri contorni, tracciando le linee verosimili, malinconiche e senza troppe ambizioni delle tante cose che ci sono passate per la testa e per le mani. &lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SslAz-GviJI/AAAAAAAAACs/6t-ADLHTHbM/s1600-h/Manual+del+distra%C3%ACdo.jpg"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5388909690714294418" src="http://2.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SslAz-GviJI/AAAAAAAAACs/6t-ADLHTHbM/s200/Manual+del+distra%C3%ACdo.jpg" style="cursor: hand; float: right; height: 200px; margin: 0px 0px 10px 10px; width: 127px;" /&gt;&lt;/a&gt;Sempre Alejandro Rossi, nel suo imperdibile &lt;em&gt;&lt;a href="http://images.google.com/imgres?imgurl=http://img2.libreriauniversitaria.it/BUS/100/058/9788433910585.jpg&amp;amp;imgrefurl=http://www.libreriauniversitaria.it/books-publisher_Anagrama-anagrama-p_6.htm&amp;amp;usg=__uLHvvv1wcRE34qEqad0efA4q4oI=&amp;amp;h=100&amp;amp;w=64&amp;amp;sz=3&amp;amp;hl=it&amp;amp;start=1&amp;amp;um=1&amp;amp;tbnid=JGZu-o72mXVcHM:&amp;amp;tbnh=82&amp;amp;tbnw=52&amp;amp;prev=/images%3Fq%3Dalejandro%2Brossi%2Bmanual%2Bdel%2Bdistra%25C3%25ACdo%26hl%3Dit%26lr%3D%26rls%3Dcom.microsoft:it:IE-SearchBox%26rlz%3D1I7DVXA_en%26um%3D1"&gt;Manual del distraìdo&lt;/a&gt; &lt;/em&gt;(editore Anagrama, 1980), parlando di come affrontare proprio il suo libretto, ci offre una chiave di lettura molto più generale, applicabile non solo alla letteratura, ma ai viaggi, agli incontri, alla vita stessa: "Lèelo, si es posible, como yo lo escribì: sin planes, sin pretensiones còsmicas, con amor al detalle". D'altronde, quello di pensare che dietro a tutto ciò che ci circonda ci debba essere necessariamente un senso puntuale, che la nostra intelligenza è chiamata a disinnescare, pena una terribile e indifesa ignoranza, non è un tratto naturale di qualsiasi carattere; anzi, è più che legittimo non assegnare alcun significato profondo ai propri gesti e all'interpretazione dei gesti degli altri. Tuttavia, quando tale inquietudine latente esiste, essa costringe a interrogarsi criticamente su ogni aspetto della propria vita, dal film appena visto al silenzio di una ragazza lontana, dalla ricetta del salmorejo alla panchina del giocatore apparentemente più talentuoso della squadra. Questo morbo, di cui Rossi -che ci ha lasciato appena qualche mese fa- si confessa felice vittima ("Pero que soy una persona que piensa, lo puedo jurar. Todo el dìa, desde que me despierto, pensar es una actividad que practico con desesperaciòn y desgano"), lo stesso autore lo esprime attraverso le riflessioni di Georg Christoph Lichtenberg, scienziato, scrittore e filosofo tedesco del diciottesimo secolo:&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;"&lt;em&gt;Uno de los rasgos màs singulares de mi caràcter es ciertamente la extraña supersticiòn que me lleva a extraer una significaciòn de cada cosa y en un dìa transformo a cien objetos en otros tantos oràculos&lt;/em&gt;".&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Scorre dunque sotterraneo il riconoscimento che gli oggetti e le persone che ci attraggono e di cui ci appropriamo durante le varie fasi della vita si riflettono su di noi, e con i loro influssi contribuiscono ad orientarci verso una certa direzione, che solo apparentemente ci sembra di aver scelto. Avvicinarsi a un certo stile altro non è, dopo tanti pensieri, che il risultato della raccolta delle cose e delle persone che abbiamo trovato e, nel tempo, lasciato per strada, nella speranza di aver trovato e lasciato bene. A questo proposito, spiegava Julio Cortàzar al suo intervistatore durante &lt;a href="http://video.google.com/videoplay?docid=8741130362458662732#"&gt;una lunga puntata del 1977 di &lt;em&gt;A fondo&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;, il leggendario programma della TVE che in quegli anni aprì le porte della televisione ai più influenti scrittori di lingua spagnola di questo secolo, che se uno ha delle cose da dire e non le dice nel modo che sente essere l'unico modo per dirle, allora è come non averle dette o averle dette male. Questa è l'importanza di cercare e trovare il proprio stile, per immunizzarsi di fronte alla paura di non poter vivere tutto ciò che capita di interessante nel modo in cui si vorrebbe viverlo, per respingere l'inquietudine che raffiora quando ci si rende conto di non essere felici quanto si potrebbe esserlo, e spinge ad iniziare altri quattro libri quando quello che si sta leggendo, in realtà, non è che sia così noioso.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Tuttavia, questa foga di conoscere, di accumulare, di sperimentare, tanto in libreria come al bancone del bar, è l'unica strada percorribile per educare la propria sensibilità, pur accettando sin dal principio la premessa che la vita, come avverte Nacho Vegas in &lt;em&gt;&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=l55yZdZvmjk"&gt;La pena o la nada&lt;/a&gt;&lt;/em&gt;, "es parte buscar placer, y parte hallar dolor", anche se tra il niente e il dolore è sempre preferibile&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SslBIEneY8I/AAAAAAAAAC0/SbX3I-axp5s/s1600-h/Agust%C3%ACn+Fern%C3%A0ndez+Mallo.jpg"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5388910036059579330" src="http://2.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SslBIEneY8I/AAAAAAAAAC0/SbX3I-axp5s/s200/Agust%C3%ACn+Fern%C3%A0ndez+Mallo.jpg" style="cursor: hand; float: left; height: 134px; margin: 0px 10px 10px 0px; width: 200px;" /&gt;&lt;/a&gt; il secondo. Perchè se alcune cose le abbiamo a portata di mano, altre ci accompagnano come ricordi e molte altre ancora sono invece solo delle carcasse, sulle quali neanche più volteggiano gli avvoltoi, perchè sono morti anche loro. Ma tutto ciò serve a darci uno stile, che non può che mutare ed evolversi al mutare ciò che ci circonda. Non a caso, con queste parole si conclude uno dei tanti brevi capitoli che formano &lt;em&gt;&lt;a href="http://www.candaya.com/nocilladream.htm"&gt;Nocilla Dream&lt;/a&gt;&lt;/em&gt;, il sorprendente romanzo d'esordio, marcatamente postmoderno, che Agustìn Fernàndez Mallo, fisico e poeta galiziano di &lt;a href="http://www.candaya.com/nocillarockdelux.pdf"&gt;spiccato aspetto &lt;em&gt;indie&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;, ha pubblicato nel 2006: &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;"&lt;em&gt;De ahì que el "yo" consista en una hipòtesis inamovible que al nacer se nos asigna y que hasta el final sin èxito intentamos demostrar&lt;/em&gt;".&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Non a caso, perchè&lt;em&gt; Nocilla Dream,&lt;/em&gt; pubblicato -coraggiosamente- in Italia da Neri Pozza con il titolo &lt;em&gt;Il sogno della Nocilla &lt;/em&gt;(ovvero, l'autarchica Nutella spagnola), non è un romanzo ma un insieme di stralci, soprattutto iniziali, di storie vere e storie inventate in cui realtà e fantasia spesso si intrecciano, permettendo a volte di ricostruire i loro antecedenti o di immaginarsi il loro prosieguo, e altre volte no. Ovvero, nient'altro che la stessa fenomenologia di esperienze che si ripete nella vita. Coglie bene lo spirito di quest'opera bizzarra &lt;a href="http://www.minimumfax.com/video/2008/2/l"&gt;un articolo dell'Unità&lt;/a&gt;, secondo cui il lettore "si accorge, spaesato divertito sospettoso, che il mondo non è fatto di cose stabili ma dei significati che vengono dati di volta in volta alle cose". E infatti, "è davvero impossibile riassumere &lt;em&gt;Il sogno della Nocilla&lt;/em&gt;, perchè le molte storie che Mallo racconta hanno senso solo in un insieme in cui la storia della prostituta che sta in un bordello al limite del deserto del Nevada, e quella del venditore di disegni per tombini, e quella dell'uomo che costruisce a Las Vegas un monumento forse geniale forse incomprensibile a Borges, combaciano tra loro solo come storie&lt;em&gt; strappate&lt;/em&gt;: letteralmente lacerate come pezzi che per avere un senso devono unirsi ad altri pezzi di vita, ad altri frammenti di mondo". La conclusione è che &lt;em&gt;Nocilla dream &lt;/em&gt;è "un disperato e euforico atto di amore verso il paesaggio di rovine lucenti del post-contemporaneo, un luogo ancora senza nome ma in cui già abitiamo tutti senza saperlo". &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Il cerchio si chiude, perchè Fernàndez Mallo, nella concisa biografia che accompagna il risvolto del suo libro, si dichiara "fan de Sr. Chinarro", come lo sono io. Addirittura, in un &lt;a href="http://www.publico.es/culturas/225378/musicos/escriben/poetas"&gt;articolo dello scorso maggio dedicato dal quotidiano &lt;em&gt;Pùblico&lt;/em&gt; ai "musicisti che scrivono come poeti"&lt;/a&gt;, lo stesso autore ritiene al riguardo che, sebbene si possano salvare frammenti di varie canzoni, non manca qualche esempio di canzone che può considerarsi interamente come un'autentica poesia: &lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SslBfGmN4vI/AAAAAAAAAC8/YVCzdvkkDwI/s1600-h/Sr.+Chinarro+1994.jpg"&gt;&lt;/a&gt;"no hay muchas, pero una canción que creo que funciona toda ella como poema es &lt;em&gt;Escapa amanecer&lt;/em&gt;, de Sr. Chinarro", proseguendo poi l'articolo che "curiosamente, casi todos los poetas consultados han mencionado a Antonio Luque, el nombre real de Sr. Chinarro, como uno de los letristas -alguno lo llamó poeta- más destacados en la actualidad". Il cerchio si chiude, perchè &lt;em&gt;&lt;a href="http://www.goear.com/listen/754442c/Escapa-amanecer-sr.-chinarro"&gt;Escapa amanecer&lt;/a&gt;&lt;/em&gt;, una delle canzoni meno conosciute e più dolenti del Sr. Chinarro e, allo stesso tempo, una delle mie preferite, guardacaso fa parte proprio del primo disco del gruppo di Antonio Luque, quello degli "avvoltoi che non arrivarono, perchè anche loro erano morti". Ho pensato tante volte a cosa vuol dire questa frase, osservando i cactus arsi dal sole fotografati nella copertina del disco, ascoltando la storia "strappata" del &lt;em&gt;niño calamar&lt;/em&gt;, e per fortuna non l'ho ancora capito. &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6158770644864151543-6974811484971241869?l=iosonobarakaldo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/feeds/6974811484971241869/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6158770644864151543&amp;postID=6974811484971241869&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/6974811484971241869'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/6974811484971241869'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/2009/10/non-arrivarono-avvoltoi-perche-anche.html' title='Non arrivarono avvoltoi, perchè anche loro erano morti'/><author><name>el señor dionigi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01813706263576975346</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='27' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/-6FsZteej01g/TgC6o0Sf6qI/AAAAAAAAAlU/Aa-fbHuCwZY/s220/sr%2Bdionigi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SslIrpvc0jI/AAAAAAAAADM/IOe5sObfgjU/s72-c/Sr.+Chinarro+1994.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6158770644864151543.post-1267118890375623196</id><published>2009-02-21T23:16:00.008+01:00</published><updated>2009-11-16T00:49:37.354+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Alberto Arbasino'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Spagna'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='anni sessanta'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Christian De Sica'/><title type='text'>Le pastarelle della domenica</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SaC3Sc34ATI/AAAAAAAAACk/vlFdm66l2OE/s1600-h/anni+sessanta.jpg"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5305441888658522418" src="http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SaC3Sc34ATI/AAAAAAAAACk/vlFdm66l2OE/s320/anni+sessanta.jpg" style="cursor: hand; display: block; height: 233px; margin: 0px auto 10px; text-align: center; width: 320px;" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;A parte non essere potuto andare per colpa della febbre alla festa di compleanno di una compagna di classe bulgara in terza media, una delle poche cose che mi piace rimpiangere -con una nostalgia non fine a sè stessa- è senza dubbio quella di essermi perso la Roma degli anni sessanta, la Roma delle "terrazze, le canzoni, le vacanze, le feste con i dischi e i whisky" che Christian De Sica ricorda, tra le altre cose, nella sua divertente autobiografia (&lt;a href="http://blogbookshop.blogspot.com/2008/10/figlio-di-papa-di-christian-de-sica.html"&gt;"Figlio di papà"&lt;/a&gt;, peraltro la lettura più godibile degli ultimi mesi - magari da leggere insieme a &lt;a href="http://www.eseresi.it/libri_da_salvare/arbasino.htm"&gt;"Fratelli d'Italia"&lt;/a&gt;, per provare a recuperare lo &lt;em&gt;zeitgeist&lt;/em&gt; senza prendersi troppo sul serio ) e che spesso affiora nelle conversazioni con mio padre e i suoi amici. Come quella volta che, poco prima di partire per Madrid, un avvocato mi disse che la naturalezza con cui oggi noi ragazzi andiamo a vivere all'estero lo sorprende, perchè per la sua generazione Roma era il centro del mondo, il posto dove tutti volevano vivere, perchè il mondo passava per Roma e ognuno, a suo modo, voleva far parte di quell'ambiente ("quando avevo la tua età, il pomeriggio me ne andavo allo studio di Schifano, non c'aveva una lira, parlavamo, si faceva una pera, magari passavano altri artisti della pop art romana, mi faceva vedere i suoi quadri, e appena riuscivo a mettere insieme due lire me ne portavo a casa uno"). &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Ma la nostalgia non è solo per questo ambiente mondano, culturale e autenticamente pariolino che è venuto meno. E' che la vita, per lo meno a Roma, a volte dà l'idea di essersi complicata; si è involgarita, si è incafonita, si è voluta fare contemporanea, e non ce n'era motivo. Pian piano, i tempi moderni hanno assassinato l'illusione, l'ottimismo, il gusto della scoperta, e con loro sono diventate anacronistiche e prive d'incanto le passeggiate in centro della domenica mattina; la lettura dei giornali al caffè; le mignon comprate in pasticceria per il pranzo della domenica; lo stadio alle tre del pomeriggio; le conversazioni frivole all'ora dell'aperitivo; le sottoculture tutte. Molto più semplicemente, si sono smarrite -quando non stigmatizzate-quelle "care consuetudini" borghesi che De Sica simboleggia mirabilmente nelle "pastarelle della domenica" in un passaggio memorabile del suo libro, che vale la pena riportare per esteso:&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;"&lt;em&gt;Sono stati anni divertenti. [..] Si respirava ancora un po' dell'energia del dopoguerra, quella dei film di Aldo Fabrizi: 'Ahò, è domenica, ce sta il pollo!'. Il pollo. Era l'Italia delle pastarelle della domenica [..].&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;Era un'Italia meravigliosa. Mio padre che mi portava da Ronzie Singer, una pasticceria che stava dove adesso c'è una jeanseria a piazza Colonna, percorrendo tutta via del Corso. Dove c'erano soltanto, come fosse il corso di una Torino allagata di sole romano, le cioccolaterie, i negozi di stoffe e di cappelli, le botteghe eleganti. Roba da fare invidia a Proust.&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;Oggi quella strada sembra un suk orientale, sporca, rumorosa, coatta. Allora c'era la Cioccolateria Fiat. Era una strada elegantissima. Mio padre mi portava con una carrozzella, scendevamo, compravamo la "treccia", era un pane dolce con i canditi, una specie di panettone, poi la portavamo a casa.&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;Quando si avvicinava il Natale papà comprava sempre il vischio per mia madre. Erano rituali semplici che scandivano il calendario di quell'Italia. Vischio è una parola che oggi non usa più nessuno. Si attaccava sopra la porta, come la palme della Domenica delle Palme.&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;Piccoli gesti propiziatori. Care consuetudini. Le pasterelle, la domenica. Che buone.&lt;/em&gt;"&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Anni in cui aveva senso leggere che "l'autista, Luciano di Nettuno, per nobilitarsi si faceva chiamare Vladimiro", o che un attore e uno scrittore americani, giovani e dannati (Montgomery Clift e Truman Capote), "si godevano la Roma dell'epoca, i ragazzi e i paparazzi, le contesse e le marchette, i pomeriggi e le notti nelle saune", o che Arbasino racconti il rifiuto di andare a una colazione mondana perchè "vado a Civitavecchia per mio conto, mi faccio un'etruscata, mi diverto di più..". Oggi nessuno si fa più chiamare Vladimiro per darsi un tono (a parte i travestiti); gli attori e scrittori americani passano le giornate con Veltroni; e le etruscate sono solo quelle che si fanno con la scuola.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;E invece, sarebbe bello recuperare il senso delle tradizioni, della ritualità, del percorso. Lo spirito del tempo. Mi viene in mente la meravigliosa &lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=Zb2ROaCsK08&amp;amp;feature=PlayList&amp;amp;p=DB9664BC28314506&amp;amp;playnext=1&amp;amp;index=2"&gt;"Tatranky"&lt;/a&gt; degli Offlaga Disco Pax: &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;"&lt;em&gt;Ed eccola qui l’anima degli anni ottanta cecoslovacchi: felicità e il suo video colorato che parla del sole e dell’amore italiano mentre in Boemia tutto è fermo, mentre in Boemia tutto è immobile. Ma anche ora c’è una tristezza assurda, nessuno si diverte, sarà che è lunedì sera, sarà che è gente fredda, sarà che non c’è il mare a Praga. E allora mi domando per quanto tempo ancora i bimbi boemi vorranno guardare i cartoni animati della talpa invece che quelli americani o giapponesi.&lt;/em&gt;"&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Ripartire dalla domenica, per esempio: se un tempo era giornata di ginocchia sbucciate, gelati dell'antica gelateria del corso e golf pastello degli adulti seduti con il Corriere della Sera a villa Balestra, a Piazza di Siena o al ristorante sul Tevere, oggi si poggia sulla confortante ritualità post-casualistica del futbol: la stampa sportiva, le scommesse calcistiche, i tramezzini, i racconti del nonno, la radio, il ponte duca d'aosta, la gente da stadio, la partita, &lt;em&gt;le&lt;/em&gt; partite, la decadenza del secondo pomeriggio. Di più: recuperare il senso della città &lt;em&gt;oggi&lt;/em&gt;, trovare -o creare- qualcosa di cui valga la pena essere parte, senza scadere nella pigra e adolescenziale riproposizione -più da museo delle cere che vintage- di vecchi movimenti del passato, e mandando a cagare la "generazione i-touch", come la chiama un mio amico colto, perchè ormai fa fatica anche premere un pulsante. E non pensare che si è sprecata anche l'opportunità del passaggio fin-de-siecle per organizzare una secessione.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Sarebbe troppo facile, e dunque approssimativo, identificare la causa del malessere nell'attuale Crisi. La crisi, anzi, non può che fare del bene in questo senso. Gli anni della secessione viennese odorano la dissoluzione dell'Impero, gli anni sessanta italiani sono figli del dopoguerra, così come la movida madrileña -come afferma il solito amico- non è altro che lo "sbrodolamento della guerra civile". Piuttosto ha ragione chi dice che il punto di non ritorno è stato il sessantotto. Lì si è incarognito, e un po' è finito, tutto quanto, perchè la gente ha iniziato a prendersi troppo sul serio. E nonostante il riflusso degli anni ottanta, le feste dei socialisti, il conto da trecento milioni in tartine lasciato da De Michelis all'Hotel Raphael, l'ottimismo non è più tornato. Il "modello Roma", la televisione commerciale e le pizze al taglio in centro hanno fatto il resto. &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Anche De Sica la vede così, ed è interessante come questa visione abbia poi influito sulle sue scelte:&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;"&lt;em&gt;C'era un ottimismo bestiale nel nostro Paese, fino al '68. Avventuroso, picaresco, fattivo. Dopo con gli anni di piombo è diventato una merda tutto, sono iniziate le denunce, le proteste, le lotte presto virate nel dolore di lugubri commemorazioni di defunti, ma fino a quel periodo l'Italia era piena di fiducia. [..] Ho cominciato facendo la Rivista, il Varietà, per un sessantottino come anagraficamente ero io, un'esperienza inconcepibile, una cosa totalmente contro lo spirito del tempo politicizzato, la cultura, l'impegno, le scelte, Il Capitale. Che noia tutto Marx, Lenin, Ho Chi Minh, Che Guevara. Preferivo le terrazze, i balli, le canzoni, le vacanze, le feste con i dischi e i whisky. Oggi sembra non solo ovvio, ma addirittura una scelta anticonformista. Ma allora, quasi me ne vergognavo. Eppure mi convincevano l'ironia, la leggerezza, la luce del Varietà. Mi chiedevo: 'Perchè debbo pensare anch'io che sia una merda soltanto per omologarmi agli altri?'. E così cominciai ad amare non solo i difetti di papà ma tutto quello che i giovani criticavano e detestavano&lt;/em&gt;". &lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;La cosa che mi ha subito più incuriosito della Spagna è il suo candore, perchè qui il sessantotto non c'è stato, e gli anni sessanta yè-yè sono &lt;em&gt;ora&lt;/em&gt;, o comunque sono finiti da poco. La società è ancora divisa in classi, che non si odiano tra loro perchè ognuna ha i suoi punti di riferimento a cui aspirare; i poveri non invidiano i ricchi e i ricchi non disprezzano i poveri perchè tutto quello che realmente importa -come è giusto che sia- è potersi sedere con gli amici nella &lt;em&gt;terraza &lt;/em&gt;di tutta la vita&lt;em&gt; &lt;/em&gt;con una birra e un &lt;em&gt;pincho de tortilla&lt;/em&gt;; i ragazzi bene hanno la riga da una parte e vestono maglioni ralph lauren color pastello, e indossano mocassini tipo timberland; quelli che si considerano intellettuali e di sinistra possono permettersi di fare gli stessi discorsi che noi ci vergognavamo di aver fatto o aver sentito -tanto erano immaturi- alle assemblee di istituto a quindici anni (per intenderci, quello che può dire Jovanotti quando parla in tv); gli omosessuali visibili sono solo macch&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SaCq8m9_faI/AAAAAAAAACc/5xhmfmfGE3o/s1600-h/P101000311.JPG"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5305428319271878050" src="http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SaCq8m9_faI/AAAAAAAAACc/5xhmfmfGE3o/s200/P101000311.JPG" style="cursor: hand; float: left; height: 150px; margin: 0px 10px 10px 0px; width: 200px;" /&gt;&lt;/a&gt;iette che portano a spasso per Chueca dei piccoli cagnetti; le signore perbene non lavorano e il pomeriggio escono a fare le commissioni con i gioielli, i capelloni, il trucco, i sorrisi; gli avvocati portano le camicie azzurre coi colletti bianchi, le cravatte di Hermès e i mocassini con le nappette; le vecchie carampane lasciano la pelliccia al cameriere all'ingresso del caffè e mentre aspettano il tè commentano il servizio che non è più quello di una volta; il sabato mattina i genitori portano i bambini in giro per il quartiere, dopo averli vestiti rigorosamente uguali, elegantissimi e all'inglese; e la domenica si comprano le pasterelle. A Barcellona, addirittura, si fa la fila per il pollo - come in un film di Aldo Fabrizi.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Quello che mi piace della Spagna è che qui uno come Pasolini non sarebbe servito a niente, non sarebbe mai diventato un maestro di pensiero, non sarebbe neanche morto, avrebbe lavorato in un ufficio tutta la vita e oggi sarebbe solo uno dei tanti vecchi che passano i pomeriggi gironzolando per le aiuole di Puerta del Sol e con gli avanzi della pensione toccano il pisello dei neri. &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;Perlomeno, rimane la tenerezza e l'ironia di leggere Arbasino, che in Fratelli d'Italia (apparso nel 1963) si gode (e racconta) gli anni migliori di Roma e dell'Italia da una prospettiva privilegiata (quella di chi non conosce il futuro), e può permettersi di far pronunciare a un amico americano questa reprimenda contro un certo lato pavido degli italiani, o se si vuole, contro le pastarelle della domenica:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;"&lt;em&gt;E certo, gli inglesi arrivano nei paesi più diversi e ci stanno fra mille avventure anche per anni, senza gemere di nostalgia per le fettuccine della nonna o per il caffè espresso. [..] Gli italiani, invece, mai avventure nè viaggi, e neanche grandi amicizie o grandi amori, grandi attaccamenti. Niente: a casa. Davvero è dal Satyricon che non si va più in giro on the road, non si ride, non si scherza, non si scopa, non si fa tardi; si mangia solo la roba preparata dalla mamma; si dorme solo nel proprio letto, e non lo si rifà perchè non è da maschietto, nè si è mai imparato su una barca o sotto una tenda. Mai un altrove interessante. Solo furbizie e drittate sotto casa. E dietro, solo il cibo. Se ci si allontana di qualche metro, subito il rimpianto dei dolcetti o il magone per i comodini... Mentre proprio in quei film americani più naifs dove sono tutti così 'butch', continuamente l'inconscio sfiora inquietudini che non riguardano il pasto in cucina e il caffè al bar e 'una persona che non dimenticherò mai: la nonna'...&lt;/em&gt;". &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6158770644864151543-1267118890375623196?l=iosonobarakaldo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/feeds/1267118890375623196/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6158770644864151543&amp;postID=1267118890375623196&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/1267118890375623196'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/1267118890375623196'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/2009/02/le-pastarelle-della-domenica.html' title='Le pastarelle della domenica'/><author><name>el señor dionigi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01813706263576975346</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='27' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/-6FsZteej01g/TgC6o0Sf6qI/AAAAAAAAAlU/Aa-fbHuCwZY/s220/sr%2Bdionigi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SaC3Sc34ATI/AAAAAAAAACk/vlFdm66l2OE/s72-c/anni+sessanta.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6158770644864151543.post-2598872773755173901</id><published>2009-02-05T00:29:00.010+01:00</published><updated>2011-01-24T13:10:20.921+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Michi Panero'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Nacho Vegas'/><title type='text'>L'uomo che ha quasi conosciuto Nacho Vegas</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SYpBA0ka67I/AAAAAAAAACE/aHIUVhaBDak/s1600-h/Nacho-Vegas---La-cancion-de-Michi-Panero-.jpg"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5299119393922018226" src="http://2.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SYpBA0ka67I/AAAAAAAAACE/aHIUVhaBDak/s320/Nacho-Vegas---La-cancion-de-Michi-Panero-.jpg" style="cursor: hand; display: block; height: 320px; margin: 0px auto 10px; text-align: center; width: 240px;" /&gt;&lt;/a&gt; In un bizzarro film-conversazione del 1993 ("&lt;a href="http://www.alfaguara.santillana.es/blogs/elhombre/2/blog-post/188/1-de-los-mejores-fragmentos-del-cine-espanol-michi-panero/"&gt;Despuès de tantos años&lt;/a&gt;"), il grande Michi Panero -intellettuale amateur, scrittore senza aver scritto un libro, dandy notturno della Madrid a cavallo degli anni settanta e ottanta, e molto altro- esclamava lapidario: &lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;div align="justify"&gt;"&lt;em&gt;Lo peor que se puede ser en este mundo es coñazo".&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SYpBQ5UplwI/AAAAAAAAACM/aRqrz_Bm9-0/s1600-h/el+hombre+que+casi+conoci%C3%B2+a+michi+panero.bmp"&gt;&lt;/a&gt;Più di dieci anni dopo, per celebrarne degnamente la morte -avvenuta nella solitudine di Astorga-, Nacho Vegas scrisse quella che senza dubbio è la sua canzone più ispirata e divertente, "&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=efbpscMJDPM"&gt;El hombre que casi conociò a Michi Panero&lt;/a&gt;", un omaggio, un requiem, una farlocca (auto?)biografia di questo letterato dilettante e notorio viveur. Memorabile è l'inizio:&lt;/div&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;div align="justify"&gt;"&lt;em&gt;Es hora de recapitular las hostias que me ha dado el mundo.&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;Hoy vendrán a oír mi último adiós. Bien. &lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;Uno a uno van llegando y yo los recibo en batín.&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;Y unos me llaman chaval y otros me dicen caballero. &lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;Alguno no se ha querido pronunciar. &lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;Yo una vez tuve un amor, pero si he de ser sincero, dije "no" en el altar&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;y cuando digo no es no. &lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;Fracasé una vez, fracasé diez mil&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;y aun así alzo mi copa hacia el cielo&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;en un brindis por el hombre de hoy y por lo bien que habita el mundo. &lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;¡Mirad, las niñas van cantando! Shalalaralalá.."&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;E poi:&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;div align="justify"&gt;"&lt;em&gt;Nunca fui en nada el mejor, tampoco he sido un gran amante.&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;Más de una lo querrá atestiguar.&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;Pero si algo hay capital, algo de veras importante,&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;es que me voy a morir&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;y cuando digo voy es que voy.&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;Lo he pasado bien, y casi conocí enuna ocasión a Michi Panero,&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;y es bastante más de lo que jamás&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;soñaríais en mil vidas.&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;¡Mirad, las niñas van cantando! Shalalaralalá..&lt;/em&gt;".&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;A suo modo, Nacho Vegas sembra voler emulare il più giovane dei Panero, seguendone le orme sul terreno dell'auto-ironia, della dannazione, del disprezzo per i birignao degli intellettuali, per il rifiuto di qualsiasi etichetta - come quella di artista di culto (in &lt;a href="http://www.elpais.com/articulo/madrid/llaman/cultureta/algo/haciendo/mal/elpepuculmus/20090131elpmad_13/Tes"&gt;un'intervista a El Paìs-Madrid&lt;/a&gt; del passato sabato, rilasciata per promozionare il trionfale trittico di concerti che si apprestava a dare nella capitale, quando gli chiedono "Eso de ser artista de culto, constituye una responsabilidad muy fatigosa?", il rocker di Gijòn, scrollandosi le spalle, risponde così: "Ése es un factor coyuntural, pero carezco de tal vocación. Supongo que si Dylan irrumpiera ahora con esos discos de letras densas y canciones largas también lo catalogarían como artista de culto. No me parece mal que me lo digan, pero procuro centrarme en hacer buenas canciones") o di intellettuale della canzone ("Es un rockero 'cultureta'?", gli domandano. "La literatura es una influencia con un peso específico importante entre la gente de mi generación, pero no me gustaría que me consideraran así. Pessoa puede asomar por mis discos igual que afloran las conversaciones que escucho en los bares. [..]; si te llaman 'cultureta', es que algo estás haciendo mal", risponde). &lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Ma c'è un versante su cui Nacho Vegas non è emulo di nessuno ma maestro di tutti, ed è l'arte di scrivere canzoni che durano sette minuti, non contengono ritornelli, costeggiano il melodramma e nonostante tutto viene voglia di fischiettarne la melodia come se fossero dei successi pop radiofonici. D'altronde, il mestiere del musicista è schematico: raccontare una storia, accompagnarla con la musica, interpretarla con la voce - e Vegas è scrittore, musicista e interprete eccellente. Al di là del ciuffo, degli occhiali da sole, delle droghe, della cantante bionda col cognome danese, dell'entusiasmo per il nuovo movimento &lt;em&gt;indie&lt;/em&gt; spagnolo, si tratta di un autore come ce ne sono pochi al mondo (Jeff Tweedy, magari).&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SYo_RlXpUXI/AAAAAAAAAB8/6UF7oBo1tGc/s1600-h/jarvis+cocker.jpg"&gt;&lt;img alt="" border="0" height="127" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5299117482876424562" src="http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SYo_RlXpUXI/AAAAAAAAAB8/6UF7oBo1tGc/s200/jarvis+cocker.jpg" style="float: left; height: 200px; margin: 0px 10px 10px 0px; width: 313px;" width="200" /&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SYo_AjDqHpI/AAAAAAAAAB0/dWAWQrMfeEk/s1600-h/jarvis+cocker.jpg"&gt;&lt;/a&gt;Se ho detto che Antonio Luque è il Morrissey iberico, allora Nacho Vegas è la prova vivente di cosa sarebbe successo se invece che a Sheffield Jarvis Cocker fosse nato nelle Asturie. Stessa teatralità, stessa voce seducente, stessi testi densi ed eleganti, stesso disincanto nei confronti del successo, stessa ubiquità culturale (musica, video, letteratura), e un ultimo disco -El manifiesto desastre- che altro non è che la stessa presa di coscienza, torturata eppure non pessimista, della fatuità della fama, della felicità, dell'amore che "l'uomo con le stesse iniziali di Gesù Cristo" aveva scoperto nel suo disco più personale e probabilmente più bello (This is Hardcore).&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Con queste premesse, il concerto non poteva che essere impeccabile. Nonostante i deplorevoli tentativi del pubblico spagnolo di trasformare ogni brano in un coro da stadio, ciò che colpisce e mette i brividi è l'intimità delle storie che Nacho Vegas racconta: ogni canzone è in realtà una confessione, ti guarda negli occhi e richiede la massima empatia. Vegas non pone nessuno schermo tra lui e chi lo ascolta, è come se non stesse cantando su un palco ma fosse appoggiato al bancone di un bar, con un bicchiere di patxaràn mezzo pieno in una mano, avvolto dal fumo dell'ennesima sigaretta. E questa vulnerabilità si manifesta in tutta la sua grazia nella manciata di canzoni che affronta da solo -lui, la chitarra e la penombra- mentre il resto del gruppo lo guarda come se fosse un profeta anabattista: &lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SYpBmyTJM0I/AAAAAAAAACU/kXgqxPKEiZs/s1600-h/nachovegas.jpg"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5299120046147711810" src="http://1.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SYpBmyTJM0I/AAAAAAAAACU/kXgqxPKEiZs/s200/nachovegas.jpg" style="cursor: hand; float: right; height: 144px; margin: 0px 0px 10px 10px; width: 199px;" /&gt;&lt;/a&gt;lo splendore di quelle note, di quelle parole, di quei gesti, probabilmente deriva dallo splendore del mar cantabrico, che non si quieta mai ("Deja que hablen, que yo prefiero oìr las cosas de la mar", canta ne "El salitre"), ma soprattutto arde del desiderio di imparare a guardare le cose con distanza e prospettiva, prendendosi sul serio ma con un sorriso, perchè nella vita si può essere di tutto tranne che un &lt;em&gt;coñazo&lt;/em&gt;, e allora ci si può permettere anche dei versi come questi, senza essere un poeta, ma solo un genio:&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;"&lt;em&gt;Y dìme, si ha salido el sol y no es para los dos,&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;entonces para quièn?&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;O si hoy no aùlla el viento por los dos,&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;entonces por quièn?&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;Como puedo quererte bien&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;si yo soy mi proprio enemigo?&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;Y como recomenzar&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;cuando hay tanto ayer aquì, en mì?&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;Podemos ir y preguntarle a la mar&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;para que nos responda con rugidos,&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;para que nos diga la verdad&lt;/em&gt;".&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6158770644864151543-2598872773755173901?l=iosonobarakaldo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/feeds/2598872773755173901/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6158770644864151543&amp;postID=2598872773755173901&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/2598872773755173901'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/2598872773755173901'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/2009/02/luomo-che-ha-quasi-conosciuto-nacho.html' title='L&apos;uomo che ha quasi conosciuto Nacho Vegas'/><author><name>el señor dionigi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01813706263576975346</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='27' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/-6FsZteej01g/TgC6o0Sf6qI/AAAAAAAAAlU/Aa-fbHuCwZY/s220/sr%2Bdionigi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SYpBA0ka67I/AAAAAAAAACE/aHIUVhaBDak/s72-c/Nacho-Vegas---La-cancion-de-Michi-Panero-.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6158770644864151543.post-2029083206174282195</id><published>2009-01-11T18:18:00.013+01:00</published><updated>2009-11-16T00:51:46.582+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Sr. Chinarro'/><title type='text'>Inno ad Antonio Luque, il Sr. Chinarro ("Y en cualquier desfile, mi paso cambiado siempre irà")</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SWpItGqfZaI/AAAAAAAAABk/JQ34ropOOa4/s1600-h/Antonio_Luque_lider_grupo_Sr_Chinarro.jpg"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5290120652020213154" src="http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SWpItGqfZaI/AAAAAAAAABk/JQ34ropOOa4/s320/Antonio_Luque_lider_grupo_Sr_Chinarro.jpg" style="cursor: hand; display: block; height: 235px; margin: 0px auto 10px; text-align: center; width: 320px;" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Sono passati quindici anni e dieci album dall'esordio discografico di Antonio Luque con lo pesudonimo del &lt;a href="http://www.myspace.com/srchinarro"&gt;Sr. Chinarro&lt;/a&gt; e, come lui stesso racconta in &lt;a href="http://www.elpais.com/articulo/madrid/Madurez/bien/entendida/elpepiespmad/20090110elpmad_9/Tes"&gt;un'intervista a El Paìs-Madrid&lt;/a&gt; (concessa in occasione del concerto di ieri sera nella capitale spagnola), il suo graduale incremento di successo lo ha colto un po' di sorpresa ("Noté que, de repente, empezaba a venir más gente a los conciertos y que recibía más atención en los medios. Pero todo en una escala normal, no me he hecho rico ni muchísimo menos"). In realtà, l'unica cosa che veramente coglie di sorpresa, è pensare a quanto l'autore &lt;em&gt;sevillano&lt;/em&gt; sia, tutt'ora, sottovalutato, tanto in patria come all'estero. Perchè una cosa va detta subito: se Morrissey fosse nato a Siviglia, si chiamerebbe Antonio Luque. E d'altronde, il mondo si divide in due in categorie: chi ama il Sr. Chinarro, e chi non lo conosce. &lt;em&gt;Tertium non datur&lt;/em&gt;. &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;In questi anni, soprattutto &lt;a href="http://www.rockdelux.com/rdel.php"&gt;Rockdelux&lt;/a&gt; -la rivista spagnola Bibbia della scena musicale (più o meno) indipendente, che lo ha sempre portato in palmo di mano- ha contribuito a formare il culto sotterraneo per Antonio Luque, le sue canzoni lineari, il suo tono di voce grave, i suoi testi peculiari; a farlo diventare un autore di riferimento per un'intera generazione cresciuta con Radio Nacional 3; a creare un vero e proprio mito intorno alla sua figura introversa, lontana dai centri mediatici del paese, affatto piaciona (tra gli altri, &lt;a href="http://www.candaya.com/nocillarockdelux.pdf"&gt;Agustìn Fernàndez Mallo&lt;/a&gt; -il più importante caso letterario spagnolo degli ultimi anni con l'interessante e post-moderno "&lt;a href="http://www.candaya.com/nocilladream.htm"&gt;Nocilla dream&lt;/a&gt;"- dichiara di essere un suo fan già nella quarta di copertina del suo libro, come se indossasse una spilla sul cardigan). Ricordo una sua &lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=FZvbQqlxLqw"&gt;intervista alla televisione&lt;/a&gt; in cui diceva che la gente a volte si sorprende per la sua ordinarietà quando lo incontra, magari su un palco, per la prima volta, ma che lui è fatto così e non ha intenzione di cambiare, perchè non c'è bisogno di avere un aspetto da musicista per essere un musicista. In effetti, Luque sembra uno che lavora in un negozio di dischi, piuttosto che uno che i dischi -meravigliosi- li compone. E non è un caso che fino a pochi anni e dischi fa, ancora lavorasse in una fabbrica vicino Malaga, dove orgogliosamente vive, a due passi dal mare.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Senza esagerare, ho sempre pensato che Sr. Chinarro è quanto di meglio esiste nella musica europea attuale. Questo per l'altissima qualità media delle sue produzioni, per il costante miglioramento che cela ogni nuovo lavoro, per una traiettoria umana e musicale che non ha mai avuto bisogno di scendere a compromessi con l'industria culturale e con i gusti del pubblico, forte dell'intensità, della bellezza e dell'ineguagliabilità delle sue canzoni. In un'epoca in cui i fenomeni musicali del momento sono esposti sulle copertine delle riviste a cadenza mensile come fossero le nuove offerte del menù di Mc Donald's, per poi essere dimenticati il mese successivo; in cui bastano tre canzoni perchè un gruppo sia proiettato nell'Olimpo dei grandi, finchè non arriva un nuovo gruppo i cui elementi hanno la faccia più scazzata, i cardigan più lisi, i jeans più corti, le montature degli occhiali più vistose, gli arrangiamenti più trascurati, e ovviamente titoli più piacioni; in cui i dischi si montano con i tre singoli radiofonici che tutti conoscono e il resto sono canzoni di qualità molto inferiore; in un'epoca così superficiale, non si può resistere al fascino del Sr. Chinarro, alla sua apparente immobilità, alla sua continua ricerca personale, alla sua caparbietà nonostante l'ostracismo della corrente, all'intensità, intelligenza e profondità del suo linguaggio e delle sue immagini; alla sua sincera dedizione al proprio lavoro. La grandezza del Sr. Chinarro è nei suoi dischi e nelle sue canzoni perfette, dove non manca nulla e dove nulla è di troppo. Se dovessi fare un parallelismo con il mondo del cinema, allora penserei ad Aki Kaurismaki, anche lui quanto di meglio esiste nel cinema europeo attuale, e per gli stessi motivi: coerenza poetica, alta qualità media delle produzioni, sincerità, privilegio della nuda forza delle immagini. O parlando di arte, la mente corre al grande Antoni Tàpies. &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Che poi, c'è da scommetterci: lo stile introverso, personale, sobrio, tremendamente originale di Antonio Luque finirà per influire, in maniera cangiante, sui futuri esponenti della scena musicale indipendente spagnola, che, in un modo o nell'altro, non potranno non fare i conti con lui - un po' come è successo nel Regno Unito con la figura di Jarvis Cocker, o in Italia con Fabrizio De Andrè. &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Alla fine dei giochi, e paradossalmente, l'unico a non essere pienamente contento della carriera &lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SWpJjWet89I/AAAAAAAAABs/j8BwkwFGl3s/s1600-h/fpais.jpg"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5290121583978738642" src="http://3.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SWpJjWet89I/AAAAAAAAABs/j8BwkwFGl3s/s200/fpais.jpg" style="cursor: hand; float: left; height: 138px; margin: 0px 10px 10px 0px; width: 200px;" /&gt;&lt;/a&gt;musicale del Sr. Chinarro è proprio Antonio Luque. Non c'è occasione in cui non ricordi al suo interlocutore la difficoltà di suonare, se non proprio di riconoscere, le canzoni dei suoi primi (sette) dischi (quasi tutti pubblicati con l'indipendente &lt;a href="http://www.acuareladiscos.com/"&gt;Acuarela&lt;/a&gt;), e la svolta che ha significato nel suo percorso il disco "El fuego amigo", del 2005, non tanto a livello di contenuti, quanto per qualità della e risorse impiegate nella registrazione. Indubbiamente, gli ultimi tre dischi suonano "meglio", se si vuole più pop, e se questo non è certamente un peggio (come purtroppo amano ragionare, piuttosto acriticamente, in molti, pensando che per fare le recensioni &lt;em&gt;indie&lt;/em&gt; bisogna darsi un tono impiegando la stessa futile alterità modaiola dei gruppi recensiti), non è di per sè neanche un meglio, e allora fa tenerezza ascoltare Antonio Luque che quasi sembra giustificarsi per il suo passato più &lt;em&gt;lo-fi&lt;/em&gt;: &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;div align="justify"&gt;"&lt;em&gt;A mí me gustaría que Chinarro fuera un grupo con tres discos y que Ronroneando &lt;/em&gt;[l'ultimo disco]&lt;em&gt; fuera el tercero. Quizás debería haber cambiado el nombre. Yo nunca fui rocker, ni mod, ni nada, y me inventé un grupo en el que me escondía haciendo letras en ocasiones demasiado raras. A algunos les siguen gustando, pero con la mayoría de las canciones de mis primeros discos me siento un poco ridículo. Sería un anacronismo si intentara tocarlas ahora&lt;/em&gt;". &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Chiunque, a voler scovare nel passato, ritroverà gesti, parole, camicie, ragazze che faticherà a riconoscere, e proverà quel sentimento a metà tra la malinconia e il ridicolo che genera la visione di un rullino di foto uscito all'improvviso da un certo ripiano del salotto. E questa sensazione è puramente soggettiva, perchè non serve a nulla che gli altri ci rincuorino sulla bontà di quelle esperienze. Allo stesso modo, è giusto ed è normale che ad Antonio Luque non gliene importi nulla se ai suoi tifosi le vecchie canzoni piacciano ancora. Sul palco ci sale lui, e deve poter cantare quello che gli piace. Per la nostalgia dei fan ci sono sempre i dischi.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Nonostante ciò, non si può negare che il Sr. Chinarro ha sempre disseminato in tutti i suoi album, a partire dal primo, canzoni che meriterebbero a pieno titolo di essere inserite nella scaletta di ogni suo concerto (basti pensare a "El idilio" del 1998, che rimane una gemma ineguagliata). Per questo motivo, ieri sera, l'unico peccato di un concerto fantastico, teso, preciso, intenso, è stato l'assoluto oblio in cui il suo memorabile passato è stato relegato (a parte la monumentale "Quiromàntico" del bis). Dico peccato, perchè rimane la nostalgia, se non la curiosità, di immaginare quelle canzoni -che non si ascolteranno più dal vivo- suonate in maniera imperfetta in qualche fumosa sala da concerto di Siviglia, mentre tramontavano gli anni novanta e l'Andalusia non sapevamo neanche cosa fosse, intenti com'eravamo a scoprire come cazzo si arrivava a quella festa di diciott'anni all'Olgiata.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6158770644864151543-2029083206174282195?l=iosonobarakaldo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/feeds/2029083206174282195/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6158770644864151543&amp;postID=2029083206174282195&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/2029083206174282195'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/2029083206174282195'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/2009/01/inno-ad-antonio-luque-il-sr-chinarro-y.html' title='Inno ad Antonio Luque, il Sr. Chinarro (&quot;Y en cualquier desfile, mi paso cambiado siempre irà&quot;)'/><author><name>el señor dionigi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01813706263576975346</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='27' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/-6FsZteej01g/TgC6o0Sf6qI/AAAAAAAAAlU/Aa-fbHuCwZY/s220/sr%2Bdionigi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SWpItGqfZaI/AAAAAAAAABk/JQ34ropOOa4/s72-c/Antonio_Luque_lider_grupo_Sr_Chinarro.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6158770644864151543.post-8703337601030302166</id><published>2008-12-25T02:29:00.011+01:00</published><updated>2009-11-16T00:52:47.994+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Nacho Vegas'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Christina Rosenvinge'/><title type='text'>La distanza adeguata (Nacho Vegas e Christina Rosenvinge)</title><content type='html'>&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SVLtar1emdI/AAAAAAAAABc/ngRDkDiuhic/s1600-h/nacho+y+christina.jpg"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5283546355558422994" src="http://1.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SVLtar1emdI/AAAAAAAAABc/ngRDkDiuhic/s320/nacho+y+christina.jpg" style="cursor: hand; display: block; height: 240px; margin: 0px auto 10px; text-align: center; width: 320px;" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Interrogato sul motivo per il quale normalmente sceglie di scrivere canzoni che ritraggono il momento in cui una relazione si rompe e non quello che la rende speciale (&lt;a href="http://www.rockdelux.com/rdel.php"&gt;Rockdelux&lt;/a&gt; 268), &lt;a href="http://www.limbostarr.com/noticias_nacho.html"&gt;Nacho Vegas&lt;/a&gt; -indubbiamente il cantautore spagnolo più carismatico in circolazione (insieme ad Antonio Luque, alias Sr.Chinarro)- risponde in maniera vera e sincera, spiegando che la creazione artistica sorge dal contrasto e dal mistero, mentre i momenti felici non sono fatti per essere raccontati, ma solo per essere vissuti:&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;"&lt;em&gt;Cuando te encuentras en un momento bueno dentro de una relaciòn, de lo que disfrutas es de cierta armonia, parece que al fin las cosas encajan. Y yo es lo que quiero, como cualquier hijo de vecino, pero eso no provocarà en mì la urgencia de escribir una canciòn. Las canciones nacen del caos, del desorden, de los sentimientos extremos, de todo aquello que no alcanzas a comprender&lt;/em&gt;".&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Questa poetica malinconica trova piena conferma nell'ultimo,&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SVLrVK5U_DI/AAAAAAAAABM/tfdtWlLUwwo/s1600-h/Portada-Nacho+Vegas-ElManifiestoDesastre.jpg"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5283544061793598514" src="http://1.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SVLrVK5U_DI/AAAAAAAAABM/tfdtWlLUwwo/s320/Portada-Nacho+Vegas-ElManifiestoDesastre.jpg" style="cursor: hand; float: right; height: 276px; margin: 0px 0px 10px 10px; width: 301px;" /&gt;&lt;/a&gt; bellissimo disco del rocker asturiano,"El Manifiesto desastre", dove ci si concentra su quello che ci si lascia dietro piuttosto che su quello che si cerca, su quello che si perde piuttosto che su quello che s'incontra. Già l'intensa penombra della copertina -la posa pensosa, il ciuffo illuminato, la sigaretta che pende dalle labbra- sembra suggerire che per poter utilizzare il passato in una canzone c'è bisogno di una certa distanza, e che questo disco in chiaroscuro non è altro che un viaggio a ritroso nel tempo, un modo per smettere di leccarsi le ferite e poter finalmente guardare avanti, o perlomeno al presente. E il presente di Nacho Vegas è radioso, nel pieno di una relazione con la più incantevole e curiosa delle protagoniste della scena &lt;em&gt;indie&lt;/em&gt; spagnola, quella Christina Rosenvinge che ogni anno e ogni disco che passa si fa sempre più affascinante.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;D'altronde, se avesse voluto parlare di lei, il biondo di Gijòn non avrebbe inaugurato il disco -in "&lt;a href="http://it.youtube.com/watch?v=xrp-KqO2gHg"&gt;Dry Martini, S.A.&lt;/a&gt;"- con la mite rassegnazione di queste parole:&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;/blockquote&gt;"&lt;em&gt;Hablo solo, bebo tè, tomo notas para hacer de mi vida sin ti algo habitable.&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;Leo entera La Razòn, hoy desarmè la televisiòn, tarareo una canciòn insoportable.&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;Asì pues, cuando no tengas nada que hacer y yo pase por tu cabeza,&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;nadie podrà oìrte, asì que piensa en mì como si me quisieras&lt;/em&gt;". &lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Ma d'altronde, se lo si può vivere, non c'è bisogno di riflettere in una canzone il momento speciale che attraversa una relazione. Ci sarà tempo per trasformarlo in un ricordo dolente.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;A pochi mesi di distanza, si incontra, e non per caso, lo stesso chiaroscuro sentimentale nell'ultimo lavoro di &lt;a href="http://www.myspace.com/christinarosenvinge"&gt;Christina Rosenvinge&lt;/a&gt;, "Tu labio superior", forse il disco più coraggioso, &lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SVLsm1xicGI/AAAAAAAAABU/DJgAmfpT07g/s1600-h/rosenvinge.jpg"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5283545464873054306" src="http://2.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SVLsm1xicGI/AAAAAAAAABU/DJgAmfpT07g/s320/rosenvinge.jpg" style="cursor: hand; float: left; height: 250px; margin: 0px 10px 10px 0px; width: 250px;" /&gt;&lt;/a&gt;intelligente e viscerale in tutta la carriera della bionda madrileña di famiglia danese - che ormai si è scrollata di dosso anche le ultime diffidenze che si portava dietro dai suoi teneri esordi pop di fine anni ottanta. La Rosenvinge adesso è un'interprete matura, impreziosita da una bellezza disarmante, figlia delle contraddizioni che in lei convivono, che la rende a suo modo unica, perlomeno in Spagna. A livello musicale, di ritorno alla lingua spagnola dopo la vocazione più avanguardista degli ultimi lavori (la cosiddetta trilogia newyorchese, arida e oscura), la Rosenvinge scrive in maniera più semplice, diretta, efficace, senza per questo rinunciare al mistero, alla sensualità e al turbamento che hanno sempre contraddistinto le sue produzioni. Inoltre, se possibile, piuttosto che impoverire la sua narrazione, l'ingenua imperfezione del suo accento spagnolo aumenta ancor di più il grado della sua femminilità, così come una piccola cicatrice sul mento, una frangetta irregolare o una fossetta orfana su una guancia rendono più attraente un viso femminile.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;Il disco si apre con una canzone sussurrata ("&lt;a href="http://it.youtube.com/watch?v=hQsaKkI3wcU"&gt;La distancia adecuada&lt;/a&gt;"), che nasconde dietro una melodia volutamente dolce la torbida malinconia dell'attesa, della lontananza, dell'inquietudine che si prova verso chi si ama nonostante la sua volubilità (anche a causa de "esa señorita/que rima conmigo/que te ronda siempre alrededor./Es tu favorita/ te lleva consigo y te gusta màs que mi canciòn"). Senza indulgere in alcuna desolazione adolescenziale, è come se anche la Rosenvinge avesse deciso di guardarsi alle spalle, di liberarsi del passato, di svuotare le tasche del cappotto sul tavolo dell'ingresso prima di andare al cinema con Nacho Vegas, e mette quasi i brividi la simmetria a distanza dei loro versi iniziali:&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;"&lt;em&gt;Nunca para tì es quizàs&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;yo no me equivocaba&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;la desazòn se va a llevar&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;en esta temporada&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;tal vez no debì dejar&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;que jugaras con mi falda&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;que difìcil es guardar&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;la distancia adecuada&lt;/em&gt;".&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;In fondo, è come se "El manifiesto desastre" e "Tu labio superior" fossero lo stesso disco, il racconto dello stesso passato visto con due sguardi diversi, o forse di due passati diversi visti con lo stesso sguardo. Per entrambi, la cosa più difficile rimane saper mantenere la distanza adeguata, quella distanza sfuggente che separa il passato e il presente, la ragionevolezza e il desiderio, la libertà e la vulnerabilità. Amare e amare troppo. La distanza tra loro due. &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Che siano capaci di riuscirci, e quindi di evitare che la loro relazione raggiunga quel punto dopo il quale può solo iniziare a dissolversi, a me importa assai poco. Quello che mi importa è che continuino a scrivere queste canzoni, e che io, magari, possa ascoltarle in macchina mentre raggiungo le Asturie, le sue scogliere, i suoi ricci di mare, con la mappa aperta sul sedile del passeggero e una lettera piegata sul cruscotto. &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6158770644864151543-8703337601030302166?l=iosonobarakaldo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/feeds/8703337601030302166/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6158770644864151543&amp;postID=8703337601030302166&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/8703337601030302166'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/8703337601030302166'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/2008/12/la-distanza-adeguata-nacho-vegas-e.html' title='La distanza adeguata (Nacho Vegas e Christina Rosenvinge)'/><author><name>el señor dionigi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01813706263576975346</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='27' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/-6FsZteej01g/TgC6o0Sf6qI/AAAAAAAAAlU/Aa-fbHuCwZY/s220/sr%2Bdionigi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SVLtar1emdI/AAAAAAAAABc/ngRDkDiuhic/s72-c/nacho+y+christina.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6158770644864151543.post-7625021479970550409</id><published>2008-12-19T21:08:00.015+01:00</published><updated>2009-11-16T00:53:45.049+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Bettina Koster'/><title type='text'>Voi non sapete cos'è il punk (Bettina Koster, invece, sì)</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SU0Z-lw_QTI/AAAAAAAAABE/ef6IBqc7aY4/s1600-h/bettina+koster_2.jpg"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5281906501055627570" src="http://1.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SU0Z-lw_QTI/AAAAAAAAABE/ef6IBqc7aY4/s320/bettina+koster_2.jpg" style="cursor: hand; display: block; height: 320px; margin: 0px auto 10px; text-align: center; width: 240px;" /&gt;&lt;/a&gt;In una società piuttosto deprimente come quella attuale, in cui neanche più le sottoculture e le scene giovanili sembrano scaturire spontaneamente dalle inquietudini dei ragazzi della working-class (peraltro, categoria quantomai nebulosa, soprattutto in Italia), ma sono indotte dai dipartimenti di marketing delle industrie della cultura e dell'abbigliamento (che poi, ora come ora, sono la stessa cosa), si fa fatica a percepire nei gesti e nelle scelte degli altri una certa, vera, faticosa indipendenza intellettuale. Ognuno vorrebbe essere libero, ma nessuno sa bene cos'è la libertà, e allora ci si accontenta dell'innocua contrapposizione alla libertà di qualcun altro, o alla sua stanca riproduzione. Un vacuo gioco di specchi, spesso doppio, quando si tratta di puri e semplici revival. D'altronde, notava un amico basco che se anche quelli che convenzionalmente definiamo come punk, ovvero i presunti depositari di una libertà che dovrebbe essere radicale e contundente come un pugno in faccia alle convenzioni borghesi, presentano in realtà tutti lo stesso folcloristico aspetto, come se fossero stati sfornati in serie da un H&amp;amp;M per punk, allora significa che l'omologazione è totale, tanto dell'ordine come del caos.&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;In questo senso, bisognerebbe avere il coraggio di limitarsi a fare i conti solo con se stessi. Seguire una traiettoria che si giustifichi per se stessa, e non nel rapporto con gli altri. Volendo evitare qualsiasi banalità, si può dire che la libertà o è (una conquista) personale o non è. Meglio ancora, che la libertà è un'attitudine, un mezzo, l'empirismo quotidiano che si fa stile di vita e non si cura di tutto ciò che viene indotto, proposto, imposto dall'esterno. E' un approccio astratto e non narrativo alla vita. Insomma, la libertà non è nelle cose che si fanno, ma in come si fanno.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SU0ZRvOUg0I/AAAAAAAAAA0/JQubPVxst7A/s1600-h/bettina+koster.jpg"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5281905730500461378" src="http://2.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SU0ZRvOUg0I/AAAAAAAAAA0/JQubPVxst7A/s320/bettina+koster.jpg" style="cursor: hand; float: left; height: 320px; margin: 0px 10px 10px 0px; width: 213px;" /&gt;&lt;/a&gt;In un articolo apparso sul numero di dicembre della rivista musicale inglese The Wire, sottolinea questa visione fieramente autodidatta della propria educazione un curioso personaggio che risponde al nome di &lt;a href="http://www.myspace.com/bettinakoster"&gt;Bettina Koster&lt;/a&gt;, la quale risponde così a una domanda ("Does punk really belong in a museum?") che le viene posta con riferimento a una recente esposizione viennese che ha messo in mostra le scene punk di Berlino, Londra e New York ("&lt;a href="http://www.kunsthallewien.at/cgi-bin/file.pl?id=1274"&gt;Punk: No One is Innocent&lt;/a&gt;"):&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;"&lt;em&gt;Punk, to me, at least, means you find your own way. You want to educate yourself, you find your way how to do it, educate yourself through time"&lt;/em&gt;.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;La Koster sa quel che dice, perchè ha vissuto da protagonista la scena post-punk della Berlino a cavallo tra gli anni settanta e ottanta, facendosi un nome come cantante e sassofonista in due splendidi gruppi, &lt;a href="http://it.youtube.com/watch?v=QVAhTa2vToU"&gt;Mania D&lt;/a&gt; e &lt;a href="http://it.youtube.com/watch?v=13OiNFPINKc"&gt;Malaria!&lt;/a&gt;, particolarmente significativi poichè composti da sole donne (incazzate, e tendenzialmente con i capelli corti). Sospinti, o travolti, dagli ideali punk figli del momento, gruppi avanguardisti come Mania D e Malaria! fecero quello che era giusto fare in un'epoca di ribellione: gettare scompiglio, rompere le regole e non curarsi di tutto il resto. Gruppi di sole donne in una scena dominata dagli uomini (basta pensare a Kraftwerk, Einsturzende Neubaten, DAF), crearono un loro mondo molto personale, mischiando provocatoriamente una spavalda sessualità con l'estetica rigorosa della Repubblica di Weimar e del mondo militare. &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;La traiettoria personale della Koster, tuttavia, è -come detto- curiosa. Dopo essersi spostata a New york nel 1983, la disillusione nei confronti dell'industria musicale la porta addirittura a lavorare come analista a Wall Street. Un cambiamento radicale, e, questo sì, molto punk - almeno rispetto al clichè di restare a Kreuzberg a fare la bohemien. Come se questo non fosse sufficiente, la Koster adesso vive a Sieti, un paesino abbandonato dell'entoterra salernitano, dove ha preso forma quello che -l'anno prossimo- sarà il suo primo disco da solista (Queen Of Noise, già ascoltabile sul &lt;a href="http://www.myspace.com/bettinakoster"&gt;myspace dell'artista&lt;/a&gt;). Canzoni che pulsano di elettronica mininale, sinistra, diretta, che se non fosse per la sua voce baritona, ruvida, ancora più maschile di una voce maschile, potrebbero far parte di un qualsiasi disco dei DAF (magari quello "che saltava sempre su Der Mussolini". Ascoltare "Via Pasolini" per credere). &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Se il disco arriva ora, con trent'anni di ritardo, è perchè in fondo, secondo la Koster, non è cambiato molto, e gli ideali dell'epoca sono ancora attuali. Questo vale tanto per la musica:&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;"&lt;em&gt;You can see the waves in music, like the late 70s to early 80s, then came the trough of late 80s, then in picked up a little bit in the 90s - it got a little bit more interesting again. Now we are, I think, in a very similar time to the late 70s, when the whole punk thing came out. Because what did we have then? A disgusting music industry, bands that were horrible. The record industry was not doing well at that time. Same as now&lt;/em&gt;", &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;come per la società:&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;"&lt;em&gt;We are in front of total mayhem and chaos. Which...[she pauses and smiles] I love. Because it's a time where things get more interesting again&lt;/em&gt;".&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Speriamo.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6158770644864151543-7625021479970550409?l=iosonobarakaldo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/feeds/7625021479970550409/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6158770644864151543&amp;postID=7625021479970550409&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/7625021479970550409'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/7625021479970550409'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/2008/12/voi-non-sapete-cos-il-punk-bettina.html' title='Voi non sapete cos&apos;è il punk (Bettina Koster, invece, sì)'/><author><name>el señor dionigi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01813706263576975346</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='27' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/-6FsZteej01g/TgC6o0Sf6qI/AAAAAAAAAlU/Aa-fbHuCwZY/s220/sr%2Bdionigi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SU0Z-lw_QTI/AAAAAAAAABE/ef6IBqc7aY4/s72-c/bettina+koster_2.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6158770644864151543.post-4646949531049532943</id><published>2008-12-12T22:11:00.006+01:00</published><updated>2009-11-16T00:54:27.040+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Darren Hayman'/><title type='text'>La lezione di Darren Hayman</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SUWMcot8QrI/AAAAAAAAAAs/be_pjf8vuN8/s1600-h/4.jpg"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5279780561756111538" src="http://2.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SUWMcot8QrI/AAAAAAAAAAs/be_pjf8vuN8/s400/4.jpg" style="cursor: hand; display: block; height: 170px; margin: 0px auto 10px; text-align: center; width: 280px;" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Quasi un anno fa lessi &lt;a href="http://www.thethingis.co.uk/index.php/2007/10/09/darren-haymen-5-tunes-you-should-have-heard-but-probably-havent"&gt;un'intervista a Darren Hayman, dal titolo “5 tunes you should have heard but probably haven’t”&lt;/a&gt;, in cui -appunto- si chiedeva a colui che rese grandi gli indimenticati &lt;a href="http://www.hefnet.com/"&gt;Hefner&lt;/a&gt; di illustrare i suoi gusti musicali attraverso cinque citazioni musicali. Prima di snocciolare una serie di nomi oggettivamente oscuri al grande e al piccolo pubblico, Hayman fece una riflessione che all'epoca mi colpì molto, sintetizzando in poche righe ciò a cui io erano anni che giravo intorno:&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;"&lt;em&gt;I find it easy to like tunes that other people haven’t heard of. In some ways it almost defines my taste. I don’t really see the point in owning music that you are likely to hear every day on the radio or TV or in a shop. The other day I bought the Kate Nash album, I quite like it, its OK, but I don’t listen to it because every time I go out all I hear everywhere I go is bloody Kate Nash.&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;I know it’s elitist and snobbish to go to extreme lengths to listen to music that no body else knows, but I’m really surprised that more people don’t do it. I suppose for many people music is a group bonding thing, being part of a collective and singing along to Angels by Robbie Williams in a field (I’m not down on that by the way Angels is a fine song), but for many of my favourite gigs I have been in audiences of less than 20 people&lt;/em&gt;".&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Pur riconoscendo l'importanza di saper essere anche nazional-popolari, mi piacque soprattutto trovarmi d'accordo con quell'intuizione iniziale ("I find it easy to like tunes that other people haven’t heard of. In some ways it almost defines my taste") secondo cui l'essere un disco di nicchia è un elemento che influisce sull'ascoltatore non -come si può acerbamente pensare- al livello superficiale dell'immagine di sè che ci si vuole costruire e si vuole dare agli altri, bensì al livello qualitativo e stilistico del proprio gusto, che viene modellato seguendo la sottile linea rossa che accomuna un certo tipo di produzioni, magari musicalmente diverse, sotto il segno dell'indipendenza, della naivete, della lontananza dell'ossimoro "industria culturale". Questo senza negare che, oggettivamente, per alcuni l'ostentazione forzata di un elitismo musicale non rappresenta altro che uno squallido e poco credibile tentativo di apparire ricercato agli occhi degli altri e, soprattutto, di se stessi. Alla fine, ricorda un po' la distinzione che esisteva nella società inglese tra lo snob e il dandy: mentre il primo per natura fa parte della massa e tenta disperatemente, attraverso la sua eccentricità, di sembrare diverso, il secondo è per natura libero da qualsiasi etichetta sociale e non si cura, in maniera discreta e ironica, che del proprio individualissimo piacere.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;In &lt;a href="http://www.freshdeermeat.com/eatmore.php?id=56"&gt;un'intervista pubblicata la settimana scorsa&lt;/a&gt; e concessa in occasione della promozione del suo imminente nuovo disco, il dandy -non me ne voglia- Hayman è tornato sull'argomento aggiungendo una sfumatura significativa:&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;"&lt;em&gt;I think of it as my duty as a songwriter to listen to as much off-beat and obscure music as possible. Nobody has any use for another songwriter inspired by the Beatles and the Velvet Underground&lt;/em&gt;".&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;In fondo il concetto è lo stesso e basta sostituire la parola "cantautore" con "ascoltatore curioso" per essere di nuovo pienamente d'accordo. Molta musica rimane nascosta semplicemente perchè è rara e preziosa come lo sono i tartufi neri o il lavoro oscuro di Matteo Brighi, e allora, se non ci si vuole limitare all'effimero piacere preconfezionato della canzone pronta per lo spot di un'automobile, vale la pena di sporcarsi le mani per andarla a cercare laddove gli altri sono magari troppo insicuri per avventurarsi. La ricompensa sarà il piacere discreto, intimo, privato, magari un po' futile e -perchè no?- vanitoso di assaporare qualcosa che l'abuso e la ripetizione non hanno ancora svuotato di significato.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Tutto bene, se non fosse per una curiosa eterogenesi dei fini. Venerdì sera Darren Hayman ha suonato a Madrid in un festival e io non sono andato a vederlo. Ho saputo del concerto troppo tardi, quando i biglietti, o meglio, gli abbonamenti erano già esauriti. Tra l'altro, non si trattava di un concerto qualunque, ma dell'ultima occasione -parole sue- di ascoltare dal vivo il repertorio degli Hefner (un passato che ormai, per lui, è quasi una terra straniera). Vale a dire un'evento storico a cui testimoniare, oltre che un'occasione unica per riappacificarsi con la vita. Per dare un senso a tutto il resto. Eppure, io che una volta ho preso il treno e un'altra addirittura l'aereo pur di andare a vederlo suonare, ieri non ho preso neanche una metropolitana (a dir la verità, fuor di metafora, la metro l'ho presa e ho anche provato ad entrare, ma i due stronzi alla porta, che con i loro occhiali indie dalla montatura nera e le loro spillette del cazzo si credevano molto fighi, hanno ignorato il mio dramma esistenziale).&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Tornando a casa ho provato a farmene una ragione, e mi sono detto che la colpa, in fondo, non era mia, ma di quello che mi aveva insegnato proprio lui. Neanche Darren Hayman sarebbe andato a un proprio concerto tutto esaurito. Ma questo non mi ha fatto sentire meglio, neanche un po'.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6158770644864151543-4646949531049532943?l=iosonobarakaldo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/feeds/4646949531049532943/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6158770644864151543&amp;postID=4646949531049532943&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/4646949531049532943'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/4646949531049532943'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/2008/12/quasi-un-anno-fa-lessi-unintervista.html' title='La lezione di Darren Hayman'/><author><name>el señor dionigi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01813706263576975346</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='27' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/-6FsZteej01g/TgC6o0Sf6qI/AAAAAAAAAlU/Aa-fbHuCwZY/s220/sr%2Bdionigi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_lGtfeLM532c/SUWMcot8QrI/AAAAAAAAAAs/be_pjf8vuN8/s72-c/4.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6158770644864151543.post-2490013487558175670</id><published>2008-12-08T21:44:00.005+01:00</published><updated>2009-11-16T00:55:33.421+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Javier Clemente'/><title type='text'>El rubio de Barakaldo</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;Nel suo bel libro dedicato alla gloriosa storia dell'Athletic Bilbao (&lt;a href="http://www.liminaedizioni.it/griglia_libro.cfm?art_codice=121&amp;amp;codice_collana=1"&gt;"L'ultimo baluardo. Il calcio schietto dell'Athletic Bilbao", Limina Edizioni, 2006&lt;/a&gt;), Simone Bertelegni dedica alla breve e sfortunata parentesi da calciatore di Javier Clemente lo sguardo tenero e consolatorio di chi può indulgere nel senno di poi e intravedere nel tremendo infortunio che gli stroncò sul nascere una luminosa carriera in mezzo al campo non una fine, ma l'inizio di una nuova e vittoriosa stagione da allenatore, culminata con i trionfi in campionato negli anni ottantatré e ottantaquattro.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Per capire Barakaldo, conviene riportare le parole di questa storia, fermandoci lì dove tutto sembra essere perduto, e invece non lo è:&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;"&lt;em&gt;Che l'Athletic avesse sempre puntato in maniera massiccia sui virgulti delle terre basche è stato ampiamente dimostrato nelle pagine precedenti. Sostanzialmente, però, si è sempre parlato di giovani che, una volta vestita la maglia biancorossa, ebbero numerose stagioni a disposizione per confermare la fiducia degli osservatori e degli allenatori che li avevano promossi in prima squadra. Il fato volle che a Javier Clemente non toccasse una simile fortuna.&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;Nato nell'operaia Baracaldo, alle porte di Bilbao, Clemente fin da piccolo scelse come giocattolo preferito il pallone. Dotato di un talento limpidissimo, di quel quid di genio in più tipico dei numeri 10 che fanno innamorare la gente, il piccolo Javier bruciò tutte le tappe: a 15 anni era già nelle Giovanili del Baracaldo; a 16, l'occhio lungo di "Piru" Gaìnza lo portò nella Primavera dell'Athletic. Poco dopo potè sedere come riserva sulla panchina della prima squadra, continuando però a giocare anche con la formazione giovanile, in questo caso da titolare fisso. Finalmente, nel 1968, in un Athletic-Liverpool di Coppa Fiere, Clemente debuttò con la maglia di una delle sue due squadre del cuore (l'altra era ed è il Baracaldo), in seguito a un'uscita per infortunio di "Txetxu" Rojo: aveva solo 18 anni. Clemente giocò male, e finì di nuovo in panchina. Passarono tre mesi prima di rivederlo in campo; l'occasione fu nientemeno che un derby contro la Real Sociedad. I biancorossi vinsero 3-0, Clemente giocò d'incanto e divenne titolare inamovibile. Eccellente distributore di palloni, da molti paragonato a Bobby Charlton, fece letteralmente impazzire d'amore i tifosi con i suoi passaggi millimetrici e decisivi. Sui bagagliai di numerose auto, a Bilbao e non solo, iniziarono a comparire eloquenti adesivi: "Clemente, il numero 10 dell'Athletic": la divinizzazione era in atto. Forse stiamo parlando di un calciatore che avrebbe conquistato il cuore di tantissimi appassionati, anche in Italia. Forse, perchè non fu possibile determinarlo. La stella di Clemente fu una cometa che passò rapidissima nel firmamento del calcio.&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;23 novembre 1969, stadio "Nova Creu Alta", Sabadell. La squadra locale affrontava l'Athletic. A pochi istanti dal triplice fischio, sul risultato di 2-1 per i baschi, una rude entrata di Marañòn sul regista biancorosso costrinse quest'ultimo a uscire in barella semisvenuto per il dolore. La diagnosi fu terribile: rottura di tibia, perone e caviglia. [..] Clemente finì sotto i ferri cinque volte, in un vano e ostinato tentativo di poter tornare a fare quello che più gli piaceva: giocare a calcio. Anche se lo si vide ancora in campo per qualche incontro, il dolore non lo abbandonava, e alla fine anche la sua testardaggine fu vinta. Con alle spalle appena una sessantina di partite, il ragazzo di Baracaldo lasciò il calcio giocato. Non potè nemmeno scendere in campo per la partita di omaggio che gli fu riservata, un Athletic-Borussia Moechengladbach vista dagli spalti con una gamba ingessata in seguito all'ennesima operazione chirurgica.&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;Oltre che grande promessa, tuttavia, Clemente seppe dimostrarsi grande persona. Dopo un infortunio che avrebbe spezzato il morale a chiunque, ebbe la forza di dimostrare le proprie capacità, se non giocando, imparando e insegnando calcio. [..] Doveva passare qualche annetto, ma l'Athletic avrebbe rivisto quel ragazzo tanto sfortunato. Lo avrebbe rivisto al timone della squadra, non tanto in qualità di regista, e quindi in campo, quanto in qualità di allenatore. E sarebbero stati tempi di gloria".&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Sono convinto che "i tempi di gloria" non si misurano con le vittorie, ma con le persone che li vivono. Lo spirito del ragazzo di Barakaldo, come il vento di Vizcaya, non ha mai smesso di abitare l'erba bagnata del San Mamès. Non è un caso se, ventitré anni dopo quel terribile infortunio, fece il suo esordio in prima squadra un altro ragazzo destinato a diventare il mito di un'intera generazione di tifosi biancorossi. Biondo, trequartista e quasi bilbaino come Clemente, anche lui non indossò mai i colori di un'altra &lt;em&gt;camiseta&lt;/em&gt;, nonostante le lusinghe di mezza Europa. &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Il suo nome è Julen Guerrero, per tutti il capitano "Julentxu". &lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6158770644864151543-2490013487558175670?l=iosonobarakaldo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/feeds/2490013487558175670/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6158770644864151543&amp;postID=2490013487558175670&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/2490013487558175670'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/2490013487558175670'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/2008/12/el-rubio-de-barakaldo.html' title='El rubio de Barakaldo'/><author><name>el señor dionigi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01813706263576975346</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='27' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/-6FsZteej01g/TgC6o0Sf6qI/AAAAAAAAAlU/Aa-fbHuCwZY/s220/sr%2Bdionigi.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6158770644864151543.post-8784947903505345277</id><published>2008-12-06T00:08:00.011+01:00</published><updated>2009-11-16T00:56:18.255+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='incipit'/><title type='text'>Un giorno, non ci vorremo più vedere</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="color: #003300; font-family: georgia;"&gt;Pare un paradosso, ma le cose è bello cominciarle perchè un giorno possano finire. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="color: #003300;"&gt;Anche finire male, s'intende. Senza volersi più vedere, lasciando che i ricordi svolgano la loro funzione - ricordare quello che non è stato.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="color: #003300;"&gt;Il cammino non si sceglie, semmai si smarrisce, ma quel che è certo è che prima o poi arriva il momento in cui non c'è più strada da percorrere. Meglio saperlo dall'inizio, che c'è anche una fine. Magari ci aspetta un nuovo cammino da intraprendere, ma questa è già tutta un'altra storia.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="color: #003300;"&gt;A pensarci bene, che male fa? Si viaggia sempre per tornare a casa. O in un certo senso, per riportare a casa il viaggio.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="color: #003300;"&gt;Questo è bene ricordarselo sempre, quando si fanno le valigie. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="color: #003300;"&gt;&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=safgyu5450I"&gt;&lt;em&gt;You don't need to tell me&lt;/em&gt;.&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="color: #003300; font-size: 85%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6158770644864151543-8784947903505345277?l=iosonobarakaldo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/feeds/8784947903505345277/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6158770644864151543&amp;postID=8784947903505345277&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/8784947903505345277'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6158770644864151543/posts/default/8784947903505345277'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://iosonobarakaldo.blogspot.com/2008/12/un-giorno-non-ci-vorremo-pi-vedere.html' title='Un giorno, non ci vorremo più vedere'/><author><name>el señor dionigi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01813706263576975346</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='27' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/-6FsZteej01g/TgC6o0Sf6qI/AAAAAAAAAlU/Aa-fbHuCwZY/s220/sr%2Bdionigi.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry></feed>
